Il silenzio è d’oro se meditato


Di Giovanni Carlini

Fra non molte settimane termina il mio ciclo di studio e lezioni negli Usa per quest’anno. Iniziando a riordinare le idee continuo a chiedermi perché l’America sia così speciale. In pratica se mettessimo a confronto 2 vite lavorative della stessa età, formazione e genere, entrambe si alzerebbero alla stessa ora, lavorerebbero un pari numero di ore e assorbirebbero la medesima distanza da casa per recarsi al lavoro. Ebbene dopo 45 anni d’attività, per sintetizzare, l’americano vive e va in pensione in una villetta a due piani da 600 mq con giardinetto, garage e a volte anche la piscina, mentre l’italiano ha raggiunto mediamente la proprietà di un appartamento in condominio da 80 mq. I più audaci riescono anche ad avere la casetta al mare o in montagna. In termini di produttività gli americani hanno prodotto in genere il 25% degli italiani, il che significa sotto il punto di vista della qualità di vita personale, un profilo di vecchiaia diverso.

Perché?

Dare una risposta a questo quesito è il mio lavoro degli ultimi 30 anni ma in questa occasione non vorrei enunciare, bensì arrivarci passo dopo passo, raccontando alcuni flash:

a) in maggio mi trovo in sala professori, quando entra una collega che ad alta voce (strillando) dice: che schifo! Si riferiva al governo. Non sono intervenuto nel richiamare la professoressa perché sarebbe stato tempo perso, in quanto il personaggio, per il suo passato sindacale e politico, non è più educabile, ma appena isolabile. Avendo in mente questo esempio negativo, l’altro giorno parlo di politica in Oregon, con un ex militare oggi in servizio nello Stato. Ebbene questo “pezzo da novanta d’uomo” sottovoce, mi dichiara d’essere repubblicano e di non approvare l’attuale presidente, di cui pronostica la non rielezione. A suo dire, questo sergente maggiore dei marines (una figura molto energica nel panorama militare statunitense) elenca una successione di punti dove l’amministrazione avrebbe errato, ma lo fa con puntiglio, precisione e con il sorriso sulle labbra. Prendo ad esempio questo signore, ma con lui ne ricordo molti altri così determinati, ma pacati nell’esporre la loro idea politica. Qui si discute e ragiona, non si abbaia e lo si fa con la civiltà di chi desidera giungere a una conclusione utile per decidere;

b) a Washington arriva l’uragano “Irene”. Mi trovo intorno al Pentagono tornando da Annapolis sede dell’Accademia Navale della US Navy, quando sopraggiunge una grandinata di quelle da far sembrare i chicchi delle sassate. Al termine, finita anche la pioggia, molte auto sono in panne. Vedo poliziotti e civili uscire dalle auto e aiutare quelli in difficoltà, concludendo con grandi pacche sulle spalle come se fossero dei reduci;

c) in un supermercato nel deserto del Mojave (California) chiedo un vino italiano che non hanno. Poco dopo si avvicina una signora che mi offre delle indicazioni, telefonando addirittura a un paio di “cantine” per sapere se forniti in tal senso e scambiando qualche parola. Capisco d’essere “un simpatico giovanotto di 53 anni a volte accattivante” ma possibile che le persone non temono alcun contatto, ricevendo richieste e offrendo indicazioni pertinenti?

d) nella colazione del mattino in albergo, quante razze, famiglie, modelli di vita diversi si incontrano, siedono, si guardano con un sorriso e si separano per seguire la loro vita.

A questo punto, ciò che rende diversa l’America da tutti gli altri, è la FIDUCIA che ogni individuo ha verso il futuro della Nazione, le istituzioni, la sua storia personale e le possibilità che ha per viverlo-modificarlo a suo interesse. “L’incazzato sociale” ovvero quel modello così diffuso nel nostro paese, c’è anche qui, ma è “patologico” laddove la massa resta disponibile al nuovo, passato e futuro con il candore e lo stupore di vivere ancora un giorno. Si conferma il concetto di fondo di una vita rinnovata ancora una volta per un altro giorno. Ecco perché il “modello americano” qui funziona e altrove ha fallito (vedi America Latina)

Le motivazioni di un successo sociale sono sociologiche e pedagogiche anziché politiche, economiche e istituzionali. Tutto sommato la soluzione è ancora più semplice del previsto perché va ricercata all’interno di ognuno. Si tratta di ottimismo, fiducia, avere la capacità di credere nel buono che c’è dentro di noi, nel saper sorridere al posto di far il muso andando al lavoro. Riguarda la nostra capacità di non abbaiare litigando ma parlando e ragionando, nell’essere cortesi, gentili e anche propositivi quindi fedeli a un ideale e amore, lottando al suo interno per il meglio comune sapendosi opporre se necessario.

Difficile vero? Purtroppo in Italia e in Europa abbiamo avuto la Scuola di Francoforte (sociologia conflittuale) mentre negli USA sono cresciuti con quella di Chicago (sociologia della comunicazione). Modelli diversi per vite diverse, che hanno prodotto il nichilismo (litigiosità e individualismo esasperato) come malattia comportamentale nel Vecchio Continente e senso civico e della comunità nel Nuovo Mondo. Ecco perché qui l’America è ancora “nuova”. Se gli americani sono i primi a essere caduti nella seconda grande crisi economica, saranno anche in testa nel rialzarsi perché capaci di autocritica. Ancora una volta si conferma come le motivazioni economiche siano sostenute da quelle sociologiche; è sempre l’uomo al centro di ogni processo. Dimenticarsi delle sue necessità significa avviare un iter (vedi globalizzazione) che è già finito all’esordio. Nelle nostre imprese serve quindi il lancio di una politica del personale che sia in realtà una scuola di ottimismo, che non sia “stupido” e di maniera ma sostanziale. Penso a mense aziendali, asili, colazione al mattino per tutti, entrando al lavoro prelevando yogurt e frutta, momenti di riflessione comune (non superiori ai 20 minuti alla settimana, con battute e risposte). Mi riferisco a interventi per lenire la conflittualità e litigiosità sul lavoro (una delle maggiori cause di perdita di produttività). Ad alloggi per il personale, piani vacanze e ferie stabiliti già da febbraio e scaglionati tra maggio e settembre. Buoni benzina intesi come aumenti di stipendio e a quant’altro necessario a donare un sorriso in cambio di fedeltà e tenacia.

Buon lavoro.

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI
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