Un’opinione diversa non significa principi diversi


di Giovanni Carlini.

Il concetto è semplice ma anche complesso: le idee non vanno confuse con i valori e la cultura. Ultimamente i due concetti non sono molto chiari. Cerchiamo, se possibile, di ritrovare un punto d’accordo almeno in questa sede. Propongo di definire le idee come i mattoni per costruire i valori e quindi la cultura. Ne consegue che idee diverse rappresentano ricchezza e spunti per meglio agire.

Un mondo completamente diverso sono i valori e le culture, qui considerati sinonimi. Un distacco tra idee è qualcosa da favorire e seguire con interesse, (idee uguali annoiano) una divaricazione di valori invece è un problema. Culture diverse sono valori diversi spesso non conciliabili.

La dittatura, ad esempio, si raccoglie attorno a un particolare concetto di uomo che è difficile da condividere a livello di “valore”, per noi occidentali.

Il ruolo della donna nella società, laddove sia coperta da un velo con le necessarie conseguenze, è un altro “valore” che non è facile condividere; sicuramente ci si può impegnare nel rispettarlo (se a sua volta siamo soggetti di rispetto) ma non è comunque di facile accoglimento.

La morte, se non è finalizzata ad una visione più grande, come la difesa dei più elevati valori di patria e famiglia, difficilmente è condivisibile come “valore”.

Sono solo degli esempi per distinguere i valori dalle idee.

Ultimamente in Italia siamo affetti da una follia collettiva (questo è il potere delle ideologie e della politica) che ci divide, senza renderci conto che lo stiamo facendo sulle idee anziché i valori, il che è uno spreco quando si trasforma in guerra fratricida. Questo distinguo, tra i valori e le idee, potrebbe anche apparire sciocco, ma è necessario per fermare un disagio sociale particolarmente diffuso. I recenti fatti di Roma ad esempio, dimostrano come tante persone, apparentemente con idee diverse, in realtà soffrono e diffondono un malessere profondo espresso con la violenza. Ecco che la violenza non è più cultura, ma solo banalità. Hanna Arendt parlerebbe della “banalità del male” (suo libro del 1961) Va però rilevato come questa non cultura nella banalità (la violenza) sia stata alimentata da un dibattito fuori dalle righe, profondamente diseducativo di una società che ha voluto perdere la voglia di ragionare (ma che potrebbe recuperare se volesse).

Sento troppa gente che sparla e pochi che lavorano sodo con passione. Tutti commentano qualcosa, ma pochi producono idee. In mezzo a questo disordine voluto e perseguito, il tempo passa e i valori si perdono. L’Europa e tutto l’Occidente sono a corto di valori e lo dimostrano un’errata applicazione della globalizzazione e delocalizzazione, che rappresentano l’origine dell’attuale crisi.

La stessa globalizzazione si può dire che ci ha traditi, infatti siamo più poveri rispetto al 2000, anno in cui abbiamo permesso alla Cina, d’assumere il ruolo di colonia produttiva al posto dei nostri figli che ora sono disoccupati. Che dire della delocalizzazione che, sviluppata al di fuori del controllo della politica, è servita per rubacchiare sul differenziale del costo del lavoro re-importando i beni nella Nazione d’origine, privando di ricchezza il Paese.

Posti di lavoro in meno, generano una spaccatura nei conti pubblici e instabilità nelle nostre democrazie. Va ricordato come Hitler giunse alla Cancelleria forte di un 30% di disoccupati. La democrazia non è una forma politica conciliabile con larghe fette di popolazione in condizioni di disagio. In Italia la disoccupazione è “solo” all’8% abbondante, ma colpisce gli under 35 al 28%. Il sistema regge ancora, ma è ovviamente in condizioni da stress.

A questo punto sarebbe saggio uno sforzo per cercare di capire, quali sono i valori cari alla nostra cultura. Ad esempio per noi il lavoro è un valore, quindi la vita di coppia, l’amore, i figli, il benessere, la dignità, la salute, le amicizie, il rispetto degli altri, la capacità di produrre idee e concetti, sono tutti valori. Se questo dovesse essere un comune terreno di confronto, allora evviva le idee diverse, perché rappresentano ricchezza nel pensiero Occidentale e modi diversi per giungere al medesimo risultato. Dividersi in forma conflittuale, come ogni giorno si legge sui giornali, nella politica e società è sciocco. In questo modo abbiamo inventato gli indignati che sono il frutto di un nostro disordine conflittuale. Forse dobbiamo ripensare le metodiche di confronto civile nella nostra società. Con questo spunto non si vuole azzerare la naturale dialettica in una democrazia, ma riportarla nell’alveo della civiltà. Il consiglio è semplice: prima di scannarsi è saggio chiedersi: abbiamo solo idee diverse per cui possiamo trovare un accordo, oppure siamo radicalmente opposti in culture differenti? Anche in questo secondo caso, se è enormemente più facile “scannarsi” rispetto le sole idee diverse, con intelligenza e sagacia si possono trovare punti di contatto, tranne quando il lessico diventa la violenza, A quel punto resta solo lo scontro del più forte e capace, ma anche lì ci sarebbero margini contenuti di trattativa se voluta. Concludendo: ci serve una guerra quotidiana se ci dividono solo le idee? Auguriamoci buon lavoro.

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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