Cohousing: i risvolti sociali, architettonici e sostenibili del fenomeno


Martedì 18 Ottobre 2011 09:51
Giulia Custodi.

Il modello abitativo del cohousing nasce in Scandinavia negli anni sessanta e, sebbene forse non sia direttamente connesso con il risparmio energetico, rientra in quel tipo di approccio dal pensiero differente che offre la possibilità di valutare tutti gli aspetti riguardanti l’architettura e la società in termini di sostenibilità. Le parole chiave del cohousing sono partecipazione, socialità, risparmio economico: l’obiettivo è quello di unire i vantaggi di un’abitazione privata, con la sua autonomia e la sua privacy, a quelli di condividere una serie di risorse e di spazi comuni, che vanno dalla lavanderia alla palestra, fino all’asilo nido e alla condivisione dell’automobile.

Dagli anni ’60 la situazione è davvero molto cambiata, gli “esperimenti” di gruppi di persone che decidono di andare a coabitare sono svariati e passano dal cohousing alle comuni hippie agli eco villaggi e sotto molteplici forme e definizioni escogitano modelli di vita in comune.

In linea generale si tratta di comunità composte dalle 20 alle 40 unità abitative, che si sono scelte, quindi si parla di sistema elettivo; solitamente non sono comunità legate da qualche particolare ideologia (cosa differente dagli eco villaggi in cui l’ideologia green assume un ruolo predominante) né religione, mentre invece sentono l’importanza di creare una comunità più sicura dove vivere tra persone che si conoscono e poter far crescere i loro figli; la struttura non gerarchica della comunità e la gestione locale del sistema, unitamente ai benefici economici derivanti dall’uso in comune di alcuni spazi, ne fanno un organismo economicamente peculiare e a volte capace di mantenersi in modo autonomo, con una gestione attenta che garantisce agli abitanti una sicurezza anche in questo campo.

Dal punto di vista più strettamente architettonico il sistema di cohousing, che parte da una preliminare fase di individuazione dei possibili partecipanti e non, come nell’edilizia residenziale tradizionale, dalla vendita di un certo numero di unità abitative, capovolge letteralmente lo schema classico e facendo della fase progettuale una seconda tappa, permette che si instauri tra il progettista e i futuri abitanti un processo di dialogo e partecipazione, che darà luogo a sua volta ad un’architettura dagli esiti imprevedibili e sempre originali. L’architetto Giancarlo De Carlo, autore del villaggio Matteotti a Terni, in Umbria, può essere considerato uno dei pionieri della progettazione partecipata, sebbene per raggiungere risultati positivi di cohousing siano essenziali anche altri fattori, specialmente sociali e di compatibilità.

Il politecnico di Milano nel 2006 ha effettuato degli studi statistici sui residenti nella città e nell’hinterland, interrogandoli sulla predisposizione al cohousing: da ciò emerge che sia sentito più come un bisogno culturale prima ancora che visto come una soluzione pratica. In una realtà urbana esplosa come quella odierna infatti, l’individuo si trova in condizione di assoluto bisogno di senso e comunità: elementi cui il cohousing può essere capace di rispondere.

Fonte | CohousingItalia.it  Cohousing: i risvolti sociali, architettonici e sostenibili del fenomeno.

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