E se il lavoro diventa una dipendenza? Il workaholism


Quando si sente parlare di “dipendenze”, si pensa subito alle tossicodipendenze, o alle dipendenze da alcool o da cibo. Negli ultimi anni stanno invece emergendo le cosiddette “nuove dipendenze”, quali quelle da gioco d’azzardo, da shopping compulsivo, da internet, ecc… In questa categoria rientra anche una forma di dipendenza più “sommersa”, in quanto socialmente accettata: stiamo parlando della dipendenza da lavoro, o workaholism.

Questa viene definita socialmente accettata in quanto è incoraggiata dalla società: del resto, alcuni dei falsi miti si riferiscono proprio al fatto che il lavoro dà potere e soldi e “non si muore di troppo lavoro”.  Si pensa inoltre che una persona che si dedica interamente al lavoro è da ammirare e stimare, e di certo non può essere una “malattia” lavorare tanto.

Il termine workaholic è stato coniato da Oates nel 1971, per definire una persona il cui comportamento è compulsivo nei confronti del lavoro, nello stesso modo in cui quello dell’alcolista lo è nei confronti dell’alcool: da qui deriva il neologismo che, infatti, tradotto letteralmente, vuol dire “ubriaco di lavoro”.

Nella letteratura specialistica non esiste ancora una definizione universalmente accettata di workaholism, ma c’è un accordo nel definire le tre caratteristiche del fenomeno, cioè: un elevato interesse per il lavoro, un’elevata motivazione ed uno scarso piacere nel lavorare.

È possibile rintracciare un’evoluzione della dipendenza da lavoro, identificata da Guerreschi, nel 2005, in tre fasi:

1)          nella fase iniziale, il pericolo emerge in modo apparentemente innocuo: l’individuo inizia a lavorare di nascosto, trascorre il suo tempo libero leggendo materiale che riguarda il lavoro e lo stile di vita diventa frenetico. In questa fase mancano ancora i disturbi fisici, che invece compariranno nelle successive;

2)          nella fase critica la persona inizia a cercare delle scuse per giustificare la sua mania di lavorare troppo e mette in atto un comportamento aggressivo verso i colleghi. In questa fase compaiono i primi sintomi fisici, quali pressione alta, ulcera e depressione;

3)          l’ultima fase è quella cronica, caratterizzata da lavoro notturno, feriale e festivo. Il workaholic tratta con eccessiva durezza ed ingiustizia i colleghi che non condividono il suo stile di lavoro e mette da parte la sua vita privata, fino a rinunciarci del tutto.

In letteratura sono stata individuate diverse tipologie di workaholics. Nello specifico, Oates, l’Autore che ha coniato il termine, ne identifica cinque. L’incallito è un individuo molto perfezionista, dedito al lavoro ed intollerante verso l’incompetenza altrui; il convertito è un valido professionista, che si impegna nelle regolari ore lavorative e richiede le giuste ricompense per gli straordinari. Il terzo tipo identificato dall’Autore è il workaholic occasionale, che sostiene ritmi intensi al lavoro allo scopo di fronteggiare delle difficoltà economiche. Lo pseudo-workaholic, inoltre, presenta molte caratteristiche simili all’incallito, ma si differenzia da questo per le motivazioni del comportamento: mentre il primo è motivato dal bisogno di potere, il secondo è più orientato al raggiungimento di un prodotto. L’ultima tipologia di workaholic identificata da Oates è l’escapista, colui che lavora a lungo per ritardare il ritorno ad una vita familiare del tutto insoddisfacente: il lavoro viene vissuto quindi come mezzo di fuga.

In riferimento all’intervento nei casi di workaholic, questo può assumere diverse forme, quali psicoterapia individuale, familiare, il ricovero ospedaliero, la partecipazione a gruppi di auto-aiuto e complessi programmi a livello sistemico. Affinché l’intervento risulti efficace, è necessario che il soggetto prenda consapevolezza della propria dipendenza e vada alla ricerca della fonte dell’ansia che ne causa l’ossessione per il lavoro, sia disposto ad impegnarsi nel superare tale situazione, metta in atto dei comportamenti di contro-condizionamento, sostituendo cioè il comportamento problematico con altri più funzionali. Per realizzare un percorso di cura, quindi, è necessario che il soggetto si confronti con se stesso e con gli altri, ristabilisca le priorità, senza trascurare gli affetti familiari, sviluppi abilità di ascolto efficaci e cerchi un contatto spontaneo con gli altri.

Il terapeuta, da parte sua, deve esplorare le relazioni all’interno della famiglia d’origine del paziente, cosi da rintracciare le cause della sua scarsa autostima, del perfezionismo, delle ossessioni e della tendenza al controlla tipica dei soggetti workaholics.

Un’altra importante area da indagare si riferisce al rapporto con i figli: in che modo il soggetto si relazione con loro? Ci sono tempi ed attività interamente dedicati alla diade padre-figlio?

Durante il percorso di cura è necessario che anche il lavoro venga riorganizzato, stabilendo dei limiti alla propria giornata lavorativa ed usando il tempo in maniera produttiva. Si punterà a condividere le responsabilità con i colleghi di lavoro, chiedendo aiuto agli altri, quando necessario, e lasciandogli la possibilità di svolgere il lavoro a modo proprio, anche se non coincide con quello che il soggetto avrebbe messo in atto.

Due delle metodologie di intervento più utili nel trattamento del paziente workaholic fanno riferimento all’elaborazione di un programma di self-care personalizzato in base ai bisogni ed allo stile di vita del soggetto, e l’introduzione nei gruppi di Workaholics Anonymus.

Il primo trattamento include strategie per introdurre nella propria vita degli spazi dedicati agli hobby, al divertimento ed alle relazioni interpersonali, mentre rispetto al lavoro si punterà a stabilire orari ragionevoli e scadenze realistiche. Al soggetto si chiede di immaginare la propria vita come un cerchio diviso in quattro parti, quali: se stesso, la famiglia, il divertimento ed il lavoro. Il workaholic deve, in un primo momento, segnare la percentuale di tempo che dedica ad ognuna delle quattro aree, per poi indicare quella che vorrebbe invece dedicare ad esse, cosi da puntare al cambiamento. Infine, per ogni area, si devono individuare tre o quattro obiettivi necessari per raggiungere lo scopo.

Il Workaholics Anonymous, invece, è un gruppo di individui accomunati dalle medesime difficoltà, che si incontrano per condividere le proprie esperienze, nel tentativo di risolvere il loro comune problema.

L’intervento del soggetto workaholic, inoltre, dovendo agire su più livelli, deve anche coinvolgere il sistema familiare, ristabilendo i confini generazionali, e quello organizzativo, migliorando il clima all’interno dell’ambiente lavorativo e facendo attenzione alle abitudini ed alle prestazioni lavorative dei dipendenti, assicurandosi che questi usufruiscano delle ferie e dei periodi di riposo.

Si evince quindi, come, anche il lavoro, da sempre a da tutti considerato “nobilitante” per l’uomo, se portato all’eccesso ed all’esasperazione, può trasformarsi in qualcosa di poco funzionale alla vita del soggetto, della sua famiglia e dell’intero luogo di lavoro. Sono necessari dunque interventi precoci, al fine di ridurre le problematicità fisiche e psicologiche che tale condizione determina.

Bibliografia

–        Guerreschi, C., (2005) New addictions. Le nuove dipendenze. San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo (MI)

–        Lavanco, G., Milia, A., (2006) Psicologia della dipendenza da lavoro. Work addiction e workaholic. Astrolabio Editore, Roma.

–        Oates, W., (1971) Confessions of a workaholic: The facts about work addiction. World Publishing, New York.

Fonte: E se il lavoro diventa una dipendenza? Il workaholism – Psicozoo – Orientarsi nella giungla della mente.

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