L’euro come moneta ha comportato diseducazione


di Giovanni Carlini.

Prima di scrivere qualsiasi parola a favore o sfavore della moneta europea, desidero datare la mia personale ostilità all’euro sin dal 1999. Sono 12 anni che scrivo contro l’euro e insegno agli studenti e imprenditori a non farsi intossicare da una buona idea applicata male. Ne consegue che quanto qui scritto non è nato qualche settimana fa quindi non sto uccidendo “un uomo morto”.

Oltre quanto già scritto e qui pubblicato nel passato su questo argomento, oggi ne emerge uno nuovo: la diseducazione subita dagli italiani nell’usare la moneta unica. Mi spiego.

Se il numero medio dei dipendenti di una PMI italiana è di 3,8 e una tedesca 32 (solo per fare un esempio) come si può pretendere che entrambe applicano la stessa moneta? Capisco che la depressa Alabama non ha paragoni con lo stato di New York o la California, eppure entrambe utilizzano la stessa moneta, ma le condizioni degli USA, in termini di compattezza sociale, politica ed economica non sono neppure lontanamente paragonabili a quelle del territorio UE.

Se è chiaro che è stato fatto un azzardo nel lancio della moneta unica (quando si sbaglia si torna indietro) ciò che mi preoccupa è l’illusione che agli italiani è stata data, percependo uno stipendio in euro, come se fosse un tedesco o un francese da cui una connessa spesa privata.

Detto in altri termini noi non abbiamo prodotto ricchezza come un tedesco, ma abbiamo speso come degli americani (in proporzione, non in valore assoluto)

L’euro competeva con il dollaro e in questo confronto ha introdotto in una nazione caratterialmente “debole”, l’Italia, l’illusione di poter spendere alla tedesca, pensando all’americana ma producendo in italiano. Oltre la parole servirebbe stabilire un concetto di base: si può spendere quanto si produce. Se questo è vero non lo è per il nostro paese, perché possiamo spendere non quanto realizzato, ma dedotti i debiti accumulati negli anni.

Il netto che deriva dalla quantità prodotta meno i debiti, è quanto possiamo permetterci. Un ragionamento di questo tipo sarebbe molto educativo da fare alla Nazione, indipendentemente da come la vicenda sull’euro si dipani.

L’euro può fallire (lo spero) o restare, sicuramente andrà introdotto nel Paese un sistema di valutazione tra possibilità di spesa e produttività che oggi non è stato neppure pensato.

Un altro esempio. La finanza italiana ha subito un’importante deriva (voragine nei conti) con l’introduzione delle Regioni. Oggi ne abbiamo 20 quando onestamente ne basterebbero solo 3 (nord, centro e sud) e ci sono anche 107 provincie, quando anche in questo caso con circa 80 il Paese sarebbe adeguatamente servito. Laddove un funzionario della Regione Lombardia percepisce mediamente 5mila euro e questo non credo sia molto diverso dalle altre Regioni, di fatto stiamo pagando alla politica un costo altissimo. Questo ragionamento potrebbe anche essere corretto se dagli anni Settanta ad oggi avessimo portato a maturazione degli statisti del calibro di De Gasperi, Giolitti o Cavour, ma neppure questo è vero!

Sicuramente dall’attuale governo provvisorio, avremmo voluto assistere a una reale modifica delle voci di spesa che hanno alterato il piano dei conti nazionali, ma questo non è stato. Preciso che il mio insegnante di economia politica si chiamava Professoressa Fornero e colui che mi ha iniziato alla scienza politica fu il Rettore e ora Ministro Ornaghi, inoltre il diritto del lavoro lo studiai sugli appunti che il Prof. Biagi ci fece prendere in classe. Con questo affermo di sentirmi molto vicino umanamente e professionalmente all’attuale compagine governativa, anche se non ha l’onere di rispondere all’elettorato, come in una normale democrazia.

Concludendo: l’Italia non è la Grecia ma quasi. Quel quasi include una politica sindacale da retroguardia, il non aver educato la Nazione a capire quanto produciamo in lire e spendiamo in euro (illusione ottica) e il non aver ancora intaccato le motivazioni strutturali al deficit di bilancio pubblico (gli enti pubblici) oltre ad avere un governo provvisorio al posto di uno legittimamente incaricato di spiegare alla nazione quale stile di vita dovrà applicare. I ragionieri (o professori di economia questo non lo sanno fare). Auguriamoci buona fortuna.
La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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