Considerazioni di fondo in un’epoca incerta/1


di Giovanni Carlini.

In effetti è finita un’era ovvero un modo di vivere.

Sul piano della politica internazionale

E’ in corso un cambiamento radicale nelle cancellerie del mondo occidentale. Possiamo facilmente pensare che non sarà rieletta nel 2012 la Signora Merkel in Germania ma neppure il Sarkozy in Francia. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, resta governata in forma dilettantistica. In Spagna è già iniziato il nuovo corso, in Russia le tendenze dittatoriali del Putin sembrano alla fine. Negli USA sia il Presidente Bush che il suo alterego, l’attuale Obama, sono destinati a scomparire con un nuovo Presidente (speriamo donna). In Italia è certo che le nuove elezioni daranno una compagine governativa che non sarà figlia dell’era Berlusconi, ma neppure identificabile nella sua opposizione.

Più intimamente è cambiato qualcosa di cui non siamo certi ma ne percepiamo il senso.

Quello che preoccupa i ricercatori sociali, non è tanto questo diffuso disagio da svecchiamento, nel cercare “un nuovo modo d’essere” (finalmente) ma le sue impressionanti similitudini con il passato, infatti:

a) Il flagello della speculazione

Nel 1903 il più potente industriale dell’acciaio degli USA, il Signor Andrew Carnegie pubblicò un articolo “How to Succed in Life” dove individuò nella speculazione la causa più importante della destabilizzazione economica spingendo, inoltre, sulla valorizzazione del mercato interno. Già allora la finanza era a briglia sciolte. La stessa conclusione fu adottata da, Presidente Roosevelt nel suo discorso di presentazione della candidatura. Egli era convinto che il crollo di Wall Street fosse stato provocato dalla prevalenza di capitale finanziario su quello industriale. Siamo nel 1932.

Oggettivamente oggi, la speculazione insita nei processi di globalizzazione a cui va aggiunta anche una selvaggia delocalizzazione, che ha prodotto disoccupazione e conseguente depressione del mercato interno, sono gli ingredienti dell’attuale fase recessiva, iniziata nel 2008 e che prosegue.

b) Perdendo il senso della memoria e della gratitudine

Un noto storico, il prof. Eric. J. Hobsbawm ha scritto che uno dei fenomeni più tipici e strani degli ultimi anni del Novecento è la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti. In realtà già nel 1930 Josè Ortega y Gasset, nel libro “La ribellione delle masse” sostenne che un elemento comune tra le società liberali europee e quelle autoritarie, era si rappresentato dalla presenze d’ingenti masse popolari (nazionalizzazione delle masse) ma queste, godendo di un nuovo benessere, non si sentivano affatto solidali verso coloro che l’avevano reso possibile (le generazioni precedenti).

In forza di questi elementi vediamo cosa accade nelle imprese.

Oggi l’azienda, più che mai, è appena un luogo di lavoro dove “impiegare” in genere 8 ore. Questo è un male, non perché il tempo speso sia poco o tanto, ma come “non luogo” ovvero un posto dove non si cresce ma si lavora.

Per crescere bisogna usare il cervello laddove al lavoro, invece, si svolgono delle manualità anche intellettive, ma ripetitive, quindi non utili per accendere nuovi spunti nelle sinapsi della sensibilità umana. Se al contrario l’impresa tornasse a diventare comunità, potrebbe rappresentare un formidabile punto di riferimento in un’epoca d’incertezze e questo rappresenterebbe una contrazione delle spese di gestione dell’azienda (minore scarti, maggiore attenzione ai consumi interni) e una più alta produttività. Il punto ora è come far evolvere una impresa in comunità!

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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