Considerazioni di fondo in un’epoca incerta/2


di Giovanni Carlini.

Come evolve un’impresa in comunità?

Per affrontare questa prospettiva d’evoluzione aziendale serve ricorrere alla cultura. Nel 1887 un sociologo tedesco, Ferdinand Tonnies intitolò Gemeinshaft und Gesellshaft la sua opera più importante, focalizzando i concetti di comunità e di società. L’autore si schierò, senza indugio, per la prima criticando aspramente la seconda. Secondo Tonnies, soltanto la comunità era un organismo vivo, fondato su una stessa eredità etnica e culturale, i cui membri erano uniti sia da legami di sangue che comuni sentimenti e aspirazioni. Dalla comunità si passa, al suo interno, nell’economia sociale, dove ogni uomo ha un valore perché figlio di.. e della tribù di..in luogo dell’economia di mercato che resta anonima e impersonale. Infatti la società è insita nell’urbanizzazione e solitudine.

In realtà, per quanto comprensibile possa essere il pensiero di Tonnies, soprattutto se attualizzato ai giorni nostri dove possiamo identificare negli USA uno stato comunità e nell’Italia una società, va rammentato come i gruppi chiusi abbiano espresso povertà e miseria, oscurantismo e limitatezza di vedute. In pratica il Medio Evo è figlio di un mondo comunitario, la Rivoluzione industriale porta alla società con tutti i suoi difetti e miglioramenti della qualità e longevità.

Fin qui tutto chiaro, però in realtà a ben guardare e se fosse possibile l’impossibile, vorremmo unire nella perfezione gli agi e sicurezze della società, sotto il punto di vista materiale e l’umanità di una comunità. Come in tutte le cose c’è sempre da perdere e guadagnare in ogni scelta.

In questo caso, essendoci di mezzo la persona umana servono dei compromessi per la soluzione. L’uomo è frutto di un accordo. Solo nella tecnica (e neppure tanto) è possibile adottare “il bianco e il nero”, gli esseri umani, per vivere ed essere felici, hanno bisogno di molte tonalità di grigio.

Se questa è l’impostazione dottrinale passando al pratico, l’azienda, come luogo dove si vive una parte importante del giorno (spesso 10 ore piene incluso il viaggio da e per casa) se non si dotasse di una “politica del personale” si esporrebbe alla casualità delle performance di produttività e gestione dei costi interni.

Per politica del personale s’intende un’idea sull’impiego della gente (modulata attraverso l’organigramma e il mansionario per capire chi dirige, come lo fa e attraverso quali passaggi) che chiarisca non solo l’oggi, ma le prospettive future di carriera e crescita economica.

Nessuna persona è realmente disponibile a lavorare senza un’idea di quello che sarà per l’azienda e se per un certo periodo di tempo, potrebbe apparire il contrario, vuol dire che si ricollocherà.

Quelle figure che sono rimaste per 50 anni nello stesso posto di lavoro, ancora oggi in azienda, appartengono a un modello di società comunitario che è, purtroppo per tutti noi, maturo per la pensione. Il modello perfetto non si fossilizza su chi sposò il posto di lavoro, ma sottolinea come sia importante sentirsi “azienda”, incarnarne il senso e lo scopo, esponendosi per identificarsi nel prodotto e nella sua qualità. Perché questo avvenga serve un patto tra l’impresa e il dipendente, impersonato dal titolare (o da uno specialista nella valorizzazione dei rapporti umani). L’accordo prevede che in un certo numero di mesi verrà acquisita una certa capacità, quindi successivamente un’altra sapendo ad esempio rispondere al telefono in inglese e tedesco. Da qui passare all’organizzazione di una fiera in India e così via. Come nella vita privata, anche in quella professionale un percorso di crescita noto e condiviso è la base per ottenere fedeltà e motivazione, quindi migliore produttività e bassi costi di gestione. In pratica che l’impresa sia una comunità sociale capace di rispondere a una domanda: cosa sarà di me nel futuro?

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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