Come reagire al 2012?


di Giovanni Carlini.

 Per poter affrontare un problema o un periodo di crisi, è necessario capire cosa stia accadendo. Inutile soffermarsi sulle dimensioni di quanto i politici e la stessa stampa, proseguono nel dichiarare quotidianamente, infliggendo al Paese costanti quote di timore.

Tra le tante cose dette, ciò che stona è il continuo confronto tra l’Italia e la Grecia. In particolare si indica nel paese ellenico la massima degradazione sul piano economico, che può accadere a un paese europeo dell’area euro, introducendo anche spunti di crisi nel sociale, in termini di povertà diffusa. Senza assolutamente contestare i drammi della Grecia, a cui non si può che esprimere tutta la solidarietà possibile, questo confronto è sbagliato.

L’Italia non è la Grecia, ma quasi e la differenza lo fa il sistema delle imprese su cui la Nazione si basa. Nel nostro Paese ci sono 4 milioni di imprese che la Grecia non ha. Sicuramente il calo di produzione per collasso del mercato interno, sofferto dalle aziende elleniche, in ragione del 60% del fatturato, è qualcosa di credibile e replicabile anche in Italia (fu sperimentato già nel primo trimestre 2009) ma questa ipotesi non giustifica la “febbre da cavallo italiana” con la tubercolosi greca.

Sono sicuramente due malanni da curare entrambi, ma la vita del paziente non è a rischio in Italia.

Questa è una prima differenza da stabilire per iniziare a capire.

L’esempio del confronto con la Grecia è stato preso appositamente per sottolineare come un eccesso di propaganda possa influire sulla Nazione, paralizzandola anziché stimolarla. Il vero problema italiano oggi è politico, nel senso che non abbiamo una classe di dirigenti in grado di farsi carico dell’attuale congiuntura, per cui tutto è stato delegato “ai tecnici”.

Una delle ipotesi che più si fa strada, sulla reale natura della crisi, consiste in una errata applicazione del concetto di globalizzazione da cui è derivata una delocalizzazione non solo funzionale al presidiare mercati emergenti, ma nel lucrare sul differenziale di costo del lavoro, sottraendo posti nel nostro paese. In pratica si è prodotto all’estero per le necessità degli italiani, guadagnando sui diversi costi e pretendendo che chi compri potessero farlo anche in assenza di buste paga. E’ chiaro che un meccanismo di questo tipo è “scoppiato”.

Il punto non è solo nel 29% degli under 35 senza lavoro (il 30 in Spagna) ma in una famiglia dove i coniugi hanno potuto conservare l’impiego e hanno un figlio privo di attività lavorativa, comunque questa situazione comprime al ribasso le spese dell’intero nucleo familiare deprimendo a sua volta il mercato.

Ecco che la politica ci serve non tanto per tagliare i consumi degli italiani, ma per indirizzare le grandi scelte industriali di questa Nazione, verso nuovi orizzonti. Purtroppo da noi la politica è partitica, quando noi sentiamo il bisogno di grandi scenari. Quanto ci mancano gli statisti al posto dei politici; dove sono i nuovi De Gasperi, personalità a livello di Giolitti o di Cavour?

Per reagire al 2012 servono idee, ricerca e sviluppo, internazionalizzazione, posti di lavoro, dignità e cultura nazionale per poi dirsi anche europei.

Auguriamoci buon lavoro.

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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  1. #1 di nadia parchi il 20 dicembre 2011 - 08:36

    un bel pezzo complimenti

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