LA SVOLTA


di Giovanni Carlini.

Con il secondo colpo in pieno sviluppo della crisi economica iniziata nel 2007, si profila con maggiore chiarezza lo scenario futuro. Inutile sottolineare come la stragrande maggioranza degli analisti, economisti e politologi, non abbiano saputo prevedere né la gravità ed estensione della prima fase della crisi da globalizzazione, nota con il nome “subprime”, che il suo aggravarsi a cavallo tra il 2011 e il 2012.
Nella comunità scientifica ci siamo a lungo interrogati e quindi dibattuto se si fosse aperta una seconda fase della crisi dopo quella acuta del primo trimestre 2009 e su questo ci siamo divisi. Una minoranza tra cui anche il premio nobel Paul Krugman ha creduto nella ricaduta, gli altri invece hanno preferito pensare ottimisticamente.
Cerchiamo di fissare adesso i punti fondamentali per capire cosa accade:
1)    questa è una crisi da globalizzazione dovuta ai suoi eccessi sia sul piano finanziario (speculazione) che per una cattiva interpretazione del concetto di delocalizzazione. In pratica quest’ultima è stata spesso intesa come un mero trasferimento produttivo in un mercato a minore costo del lavoro, per merci da re-importare nel paese di provenienza. Va notato come quei capitali necessari alla progettazione e costruzione degli impianti produttivi delocalizzati siano partiti dagli stessi paesi occidentali che oggi soffrono la delocalizzazione, attraverso la disoccupazione; così la perversione si chiude su se stessa.
2)    Entrando nello specifico, la delocalizzazione intesa come sfruttamento del differenziale tra costo del lavoro, ha prodotto una gravissima disoccupazione, specie giovanile, nel ricco occidente. L’ironia della sorte consiste nella sovrapposizione tra disoccupati e consumatori, per cui chi avrebbe dovuto produrre quei beni necessari al proprio benessere, li deve in realtà acquistare da altri, che li hanno realizzati in nome e per conto dei primi. Questo meccanismo non ha determinato solo disoccupazione ma, anche un drammatico calo dei consumi interni, che incide su quelle aziende che vivono solo di consumatori domestici.
3)    Sulle problematiche insite nei meccanismi di globalizzazione (assenza di controlli e indirizzo nel campo dei flussi finanziari e lesiva interpretazione del concetto di delocalizzazione) si somma anche una obiettiva superficialità nell’ambito delle politiche monetarie. Se negli USA è venuta a mancare una decisa guida politica con la Presidenza Obama, certamente in Europa l’utilizzo della moneta unica ha manifestato tutta la sua immaturità (una moneta per 27 governi non è credibile) Oltre a quest’ultimo aspetto, squisitamente tecnico, va sottolineato come privare uno Stato della sua politica monetaria, tradendo la base di ogni studio macroeconomico, è stato un azzardo che si sta pagando a caro prezzo. Come noto la politica economica di uno stato coinvolge sia la componente monetaria che fiscale. Avendo ridotto a metà queste funzioni a disposizione del Governo, si spiega il fallimento della penisola iberica, balcanica, italica, dell’Irlanda e del Belgio nel contesto della moneta unica.
Focalizzati i tre punti di fondo della vicenda economica, non vanno dimenticati quelli sociali per cui “la crisi” è prima di tutto un disagio interiore.
Se il nord Africa e il mondo arabo hanno scatenato la loro “primavera” oggi diventata inverno, lo stesso identico evento è atteso a Pechino in quanto ormai noto, nei circuiti di studio, come “il collasso sociale della Cina”. Questi fatti hanno una traduzione nel mondo occidentale in apatia aggressiva di fondo (nichilismo) che produce una conflittualità endemica strutturale capace anche, in Italia di produrre, ad esempio, il 42% di fallimenti nella coppia (tra separazioni e divorzi)
Nella crisi d’identità, specie occidentale, pesa non poco anche un massiccio fenomeno d’immigrazione non integrata che genera ovviamente razzismo.
Bastano queste note per spiegare quanto la crisi richieda prima di tutto dei correttivi sociali anziché economici puntando alla riappropriazione delle nazionalità (non in forma conflittuale con gli altri popoli) e dei connessi assetti cultuali oggi mischiati privi di un modello di riferimento.
Più specificatamente sul piano economico emergono oggi delle certezze che all’inizio della globalizzazione, nel 2000 non si erano colte, nel dettaglio:
a)    la terziarizzazione dell’economia, che ha consentito una eccezionale femminilizzazione del lavoro (aspetto da considerare nel grado di civiltà di una comunità) non ha tutta quella importanza che si credeva, se disgiunta da un importante secondario. In Germania, come in Italia, la massiccia presenza del settore manifatturiero (a differenza degli USA che hanno tristemente delocalizzato principalmente in Cina) riesce a stabilizzare il Paese, esponendo a minori rischi di collasso sociale. Va sempre ricordato come il lavoro sia la base per la costruzione di una società stabile;
b)    se il secondario si rivela la vera fonte di ricchezza per una Nazione, vanno fatti i conti con crisi di sovrapproduzione e depressione dei mercati interni, causa la disoccupazione. In questo contesto, assodato che il terziario dipende dal secondario e contrarre il primo significa “rispedire a casa” una grande fetta di popolazione femminile, il che non è accettabile nelle nostre democrazie, va riscoperto il primario;
c)    un primario reinterpretato in forma di meccanizzazione, industrializzazione e informatizzazione, potrebbe consegnare la dignità del lavoro a quegli uomini e donne che hanno bisogno di fare per vedersi realizzati e quindi contribuire alla costruzione della società. Questo passaggio potrebbe alleggerire le sofferenze in vista nei prossimi anni.

Conclusione. E’ curioso osservare come sia la globalizzazione che la moneta unica, siano entrambe delle belle idee applicate male. Forse c’è un problema generazionale di superficialità, che confermerebbe la crisi morale e dalla quale non se ne esce senza stabilità nel lavoro e un profondo recupero di valori, da tradurre in atti quotidiani di fedeltà a qualcosa che disciplini delle vite disordinate.

Buon lavoro.

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