Di panico si muore


di Giovanni Carlini.

Ormai non conto più le email che mi chiedono di ragionare su un fatto che esce fuori dagli schemi comprensibili abituali. Accettando la sfida e entrando nelle vicende degli uomini emerge che:

a)    la condotta del Comandante è ovviamente deprecabile e non scusabile; argomento chiuso. Quanto mi affascina è invece l’effetto sulla Nazione che produce l’esempio negativo. Abbiamo assistito a come una personalità si può sciogliere sotto i colpi di un richiamo al dovere. Diciamoci la verità, quando il fisco ci bersaglia, non ci sentiamo allo stadio di uno Schettino? In fondo la povertà umana di un C.te che dice che è buio, quando i suoi passeggeri annegano, è riscontrabile in ognuno di noi. Lui, nella sua inadeguatezza è stato “scoperto”, noi ancora no. Il concetto da chiarire è che vite integerrime non ce ne sono più, perché non le vogliamo! Con la scusa dell’adattamento alla vita moderna, abbiamo perso quei  moduli comportamentali che ci collegavano ai valori, per cui siamo in perpetuo adattamento. Attenzione, non va perdonato il C.te Schettino, che non ha attenuanti, ma serve chiedersi se gli italiani sono riusciti a recepire il messaggio di quanto sia deleterio il giustificarsi per ogni cosa, il non rispettare le regole finchè non siamo scoperti e poi ridurci allo “stadio Schettino”. Concludendo questa parte, serve sperare in una riservata revisione dei nostri privati modi d’essere, chiedendoci quante deviazioni abbiamo fatto dai nostri valori, tanto da mettere in discussione la rotta da seguire.

b)    parliamo del C.te De Falco. Tutto il mondo ha un esempio per reagire a una situazione drammatica. De Falco, probabilmente, proviene dai corsi normali dell’Accademia Militare di Livorno, mentre io da quella di Modena. Conosco esattamente il suo linguaggio per averlo usato negli anni. C’è però un fatto. Transitato nella vita borghese, ho imparato a modulare le parole a seconda delle persone che ho di fronte. In pratica mi esprimo in forme diverse, magari con concetti uguali, ma con toni e parole adeguate perché non mi interessa solo esprimere un’idea, ma che sia capita dall’interlocutore. Un C.te civile non è militare. Il primo è troppo attento alle curve delle donne, rispetto il profilo della costa su cui è andato stupidamente a sbattere. Siamo veramente in mondi diversi. Un C.te d’estrazione militare non può parlare a tu per tu con uno civile perché hanno scuole, cultura e valori diversi. Temo che nel processo a Schettino salti fuori che è stato “inibito al comando” dall’imperante tuono delle sue responsabilità, espresse dal C.te De Falco. Resta un concetto di fondo: noi parliamo per udire la nostra voce o per spiegarci?

c)    Un altro aspetto che produce dolore (sembrerà strano ma molti hanno veramente sofferto per questa vicenda) è il comportamento vigliacco sia dell’equipaggio che di troppi passeggeri. Qui il discorso si fa complicato. A un C.te più di nome che di fatto, non può che rispondere un equipaggio scadente e mediocre. Con questo ragionamento però si arriva anche a porre in discussione la stessa Compagnia. Allargando la visuale possiamo chiederci perché a volte le imprese hanno del personale non adeguato? Chissà come mai! (assenza di politica del personale e di carisma nel Comando/Direzione d’impresa). Torniamo ai passeggeri. Atti di panico e codardia ce ne sono stati, pur essendo a meno di 600 metri da un porto. Perché? Qui va affrontato un aspetto molto brutto ma che è “nell’aria”. Solitamente i colletti bianchi e i professionisti sono troppo individualisti, quindi possono tendere alla vigliaccheria. L’individualismo rappresenta l’ingresso alla codardia. Noi viviamo in una società molto individualista, quindi la risposta viene da sé. Resta però un fatto. Anch’io sono un professionista, ma mai riuscirei a non aiutare una donna o un bimbo. E’ un valore che sento nella carne, costruito dentro di me. Ovviamente il panico lo conosco, ma non ha la forza di abbrutirmi allo stadio bestiale. Rivendico la mia umanità, anche nei momenti peggiori.

d)    Ultimo aspetto che spaventa è l’incapacità delle Autorità di procedere nel recupero del relitto. In oltre 10 giorni, con la finzione del “vogliamo credere ai miracoli”, non si è riusciti a dare prova nel salvare tutta la struttura compresi i suoi morti. Questo a fronte di un eventuale danno ecologico enorme e uno scivolamento costante, della carcassa, in condizioni peggiori di lavoro.

Iniziamo a tirare le fila di questo discorso.
L’uomo (la uoma, quindi l’uomo e la donna) è debole e più si avvicina alla “modernità” peggio sono le sue performance, perché si allontana dai valori. Il concetto valore non è costante nel tempo.  Si possono tranquillamente sostituire. Il problema, che stiamo vivendo da almeno 10 anni  (per non andare oltre) è che non abbiamo formulato dei valori di riserva o sostituitivi. Il valore di oggi è un “non valore” come il “non luogo” di Augè (sociologo francese quando parla di turismo e viaggi)
Il paragone con la Costa Concordia è semplice: privi di valori si fa a fondo.
Si conferma ancora una volta come la crisi sia di valori e non economica, per cui curarla con strategie economiche significa prolungare la sofferenza (ecco perché si pensa al 2015 come ipotetica soluzione allo stallo di oggi).
C’è però un aspetto nel quale credo fermamente. Credo che le aziende (il luogo di lavoro) sia l’unica vera fonte di riscatto e rieducazione, in una società fuori rotta. Penso alle imprese dove si lavora per otto, dieci e a volte anche dodici ore, giorno su giorno formando gli anni.
L’azienda se dotata di una politica del personale, diventa luogo di proposta per un modo di convivere uniti con un logo, una bandiera, una nazione. Ricordate quando i giapponesi al lavoro si formano per come lavarsi i denti o fare ginnastica nella pausa?
Per un giapponese c’è identificazione tra il suo lavoro e il prodotto, quindi il marchio della fabbrica! Senza ricadere nel vizio per cui l’erba del vicino è più verde, abbiamo bisogno (secondo me) di un recupero di valore del lavoro in azienda, per cui si  persegue nel solo prodotto o servizio realizzato, un’unione d’intenti con gli altri dipendenti.
Credo nelle gite aziendali, nella retribuzione in natura, nel dipendente del mese, nelle ferie pagate a chi le ha meritate (a patto che in realtà ci vadano tutti senza creare invidia, ma solo un ordine di precedenza) credo quindi alla formazione, allo stimolo e a spiegare quale tipo di carriera sia possibile in quella specifica realtà, alla ricerca e sviluppo e all’imprenditore che non è mai in azienda perché eternamente in viaggio per vendere la nostra cultura sottoforma di prodotto.
Credo nelle imprese che abbiano un Capo che sa interessarsi di tutti, che ogni giorno ispezioni i bagni e controlli l’umore della sua gente e che il problema di tutti sia il suo e quello aziendale vissuto da ogni dipendente.
Buon lavoro (la rotta è ancora lunga da percorrere per giungere in porto)

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