Tempi stretti


di Pierluigi Fagan – Megachip.

Siamo nel 1931, in piena tempesta del capitalismo in depressione, quando il quarantottenne John Maynard Keynes fa quello che potremmo definire un “pensiero lungo”, un pensiero rivolto al futuro prossimo. In questo futuro prossimo, Keynes, si domanda: quale sarà il ruolo sociale ed economico del lavoro? Lo fa preoccupandosi dei propri nipoti, cioè dei figli dei suoi figli, quindi per ragioni di anagrafe, più o meno di noi e lo fa con un lungo articolo dal titolo: «Possibilità economiche per i nostri nipoti»[i].

Il ragionamento di Keynes muove dalla duplice constatazione che gli incrementi degli interessi composti uniti a gli incrementi di produttività progressivi, avrebbero portato, di lì a un secolo, ad aver sostanzialmente risolto il problema dei bisogni assoluti. Certo sarebbero rimasti quelli relativi, quelli derivati dall’utilizzo e dal possesso dei beni, in termini di distinzione sociale[ii], bisogni virtualmente infiniti.

Ma secondo Keynes in capo ad un paio di generazioni si sarebbe arrivati a lavorare solo tre ore al giorno in modo da «mettere in comune il lavoro superstite». Keynes gigioneggia sul filo del paradosso evitando di porsi il problema della distribuzione sociale di cotanta ricchezza e pur citando la funzione distintiva dell’avere a soddisfazione dei bisogni relativi, cioè esibitivi, non l’indaga.
Però è un fatto dell’analisi macroscopica il notare che dalla totale coincidenza tra vita e lavoro dell’industrialismo inglese, negli Stati Uniti di fine ‘800 si raggiunsero le 10 ore giorno per sei giorni, tra il 1918 e il 1920 si raggiunse per tutto l’Occidente le 8 ore per 6 giorni e negli anni ’60 e ’70 le 8 ore per 5 giorni, il tutto tra l’altro, senza alcuna effettiva diminuzione della retribuzione[iii].

Se il monte ore settimanali nel secolo scorso è sceso dalle 48, alle 40 ore, la norma quotidiana che struttura il ritmo della vita sociale feriale è inchiodato alle 8 ore quotidiane di più di 90 anni fa, ma con una produttività ben maggiore di 90 anni fa. Otto ore che nel frattempo sono cresciute dal momento che nella grandi metropoli occidentali il tempo di transfer da/a il luogo di lavoro è aumentato per via dell’incremento di complessità urbana, ad esempio del traffico e con l’ora o mezz’ora di pausa pranzo si giunge alle soglie delle 10-11 ore di tempo – lavoro. La contrazione dell’orario di lavoro poi s’interrompe ed addirittura s’inverte con la svolta globalista neoliberale. L’ineffabile Sarkozy nella Francia delle 35 ore per decreto legge, poche settimane fa ammoniva : «bisogna lavorare di più!».
Juliet B. Schor, sociologa al Boston College, da anni studia la questione dell’orario di lavoro. Nel suo celebre The Overworked American [iv] declina gli effetti devastanti di questa occupazione del tempo umano da parte del tempo di lavoro come ad esempio l’incremento della disoccupazione, della sottoccupazione, della precarietà.
È di una banalità sconcertate dire che aumentando costantemente la produttività, la tecnoscienza, l’automazione, la concorrenza, se si lascia inalterato l’orario di lavoro, quello che si comprime è l’occupazione. Eppure questa banalità è straniera per l’intelligenza economica. Una intelligenza (?) fatta tutta di variabili fluttuanti quali il profitto, gli investimenti, i prezzi, la domanda, l’offerta, i cicli economici, gli andamenti dei valori borsistici, le bilance dei pagamenti, i salari, tutte variabili in oscillazione tranne una: il tempo di lavoro.

Ma oltre alla disoccupazione c’è anche poca rigenerazione biopsichica nel sonno contratto, pasti accelerati, assenza di cure personali, deficit di cure da e per i propri affetti, per gli amici, stress e sensi di colpa, consumo in eccesso per compensare stress e sensi di colpa, malattie mentali, spesa per curare o contenere la malattia mentale o psicosomatica, disgregazione familiare, spesa per compensare il disastro esistenziale.
Il meccanismo è che lavorare dà il denaro per pagare i costi che si affrontano per lavorare, da cui l’immagine del criceto nella ruota, non certo una bella metafora del nostro stato di evoluzione umana stretto nel paradigma frankliniano del Tempo è Denaro.
Ma c’è anche un aspetto più insidioso nella faccenda, una sorta di meccanismo di autoconferma della vigenza immutabile di questo sistema. Se dalle ore di veglia sottraiamo le 10-11 del lavoro (in alcuni casi anche di più), l’ora di cena e la mezz’ora di cure personali, rimangono i rimasugli per il nostro tempo di vita. Qui dovrebbe concentrarsi: la nostra socialità, l’informazione, lo svago, la partecipazione politica, la cura degli affari personali e familiari, la crescita intellettuale, quella spirituale, quella esistenziale. Capirete bene che se il catino è così piccolo, poca è la sostanza che può contenere. Accade così ad esempio che il mondo diventi sempre più complesso e noi lo si comprenda sempre di meno. Ma se non lo comprendiamo, come lo gestiamo o meglio, come lo cambiamo? E se non lo gestiamo noi, chi lo gestisce?
Quando andiamo con una certa nausea ad esercitare il nostro limitato apporto politico, delegando qualcuno ogni 4/5 anni a rappresentarci nelle assemblee legislative, su quale base di conoscenza lo facciamo? Qual è l’oggetto del mandato di rappresentanza? E’ il vecchio difetto che le élite imputano alla democrazia: «…il tiranno se fa qualcosa lo fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure capacità di discernimento. E come potrebbe averla, dal momento che non gli è stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? si getta sulle cose senza riflettere e le sconvolge, simile ad un fiume in piena… […]… scegliamo un gruppo di uomini tra i migliori …ed è logico che dagli uomini migliori vengano le decisioni migliori». Il ragionamento è antico, essendo pronunciato da Megabizo nel celebre Dialogo dei Persiani (Erodoto, Le Storie, Libro III, 80,1) scritto tra il – 440 e il – 429, ma la sostanza è la stessa che si trova successivamente in Platone, nell’Anonimo Oligarca[v] che commenta la Costituzione degli Ateniesi, su fino a Benjamin Constant che sancisce i crismi della democrazia rappresentativa (o liberale), alla paretiana Teoria delle élite, fino alla teorizzazione della maggioranza silenziosa dell’America di Nixon, nonché più volte confermato da tutte le oligarchie a governo delle umane cose, inclusi i recenti governi tecnici. L’eterno potere dei Pochi sui Molti. Purtroppo, questa idea molto platonica, della gente che ha bisogno di qualcuno che le spieghi cosa essere e cosa fare c’è anche nel concetto di “avanguardia leninista” e la storia racconta del continuo spregio, esplicito od implicito, che tanti, in tutti i versanti della politica, hanno dell’essenza democratica[vi].
Ma come rispondere a Megabizo se non c’è il tempo per la democrazia? Tempo, si badi bene, necessario a sapere, a superare la fatica dell’apprendimento, a capire, a confrontare, a discutere con altri, a mediare, per infine pervenire alla decisione collettiva che ambisce ad esser la migliore nella condivisione dei Molti. Come si fa ad avere democrazia senza il tempo, se tutto il tempo è denaro; quando arriva il tempo per la vita umana e la sua imprescindibile attività di partecipazione agli eventi della comunità, della polis, della politica?
Ecco allora che tutto il quadro si ricompone in una equazione di difficile, ma non impossibile soluzione. Produciamo sempre di più, più del consumabile, più del necessario, più della capacità del pianeta di reggere la nostra furia produttivistica.
Dobbiamo allora produrre di meno, imporre di ridistribuire il lavoro, lavorare meno, molto meno. Per farlo occorre che chi lavora (tutti, nessuno escluso ) imponga questa rotta politicamente, liberando tempo anche per quella democrazia reale senza la quale le comunità umane, dirette dalle élite, andranno a schiantarsi contro la follia parossistica di un sistema economico sociale nato trecento anni fa, in un altro tempo, in altre condizioni, in un altro pianeta.
Uscire dalla ruota del criceto produttivistico, redistribuire tempo, lavoro e salario, formulando un nuovo modo di stare al mondo, abitando il proprio tempo da padroni. La rivoluzione non è impossessarsi dei mezzi di produzione, ma reimpossessarsi del proprio Essere e del proprio Tempo, il resto, in un sistema veramente democratico, avremo tutto il tempo per metterlo a posto. Di tempo, tutti, non ne abbiamo molto davanti a noi: “La vita è breve, gentiluomini… Se viviamo, viviamo per camminare sulla testa dei re” (Shakespeare, Enrico IV).

NOTE:

[i] Economic Possibilities for our Grandchildren in Essay in Persuasion pp. 331 – 332, 1931 – (it.) John Maynard Keynes, Sono un liberale?, Milano, Adelphi, 2010, pp 235 – 247.
[ii] Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto. Bologna, Il Mulino 1983.
[iii] Aldo Marchetti, Il Tempo e il Denaro, Milano, Franco Angeli, 2010.
[iv] Juliet B. Schor, The Overworked American, New York, Basic Books 1991, in Pietro Basso, Tempi moderni, orari antichi, Milano, Franco Angeli, 1998.
[v] O Pseudo Senofonte.
[vi] Jacques Rancière, L’odio per la democrazia, Napoli, Cronopio, 2011.

Fonte: Tempi stretti.

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