I soldi che diamo ai partiti


Anche se non esistono: cifre e dati sul finanziamento pubblico da quando lo chiamiamo “rimborso elettorale”, messi insieme da Paolo Baroni sulla Stampa

2 febbraio 2012

La vicenda che coinvolge il senatore del PD Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita accusato – e reo confesso, pare – di aver sottratto 13 milioni di euro dalle casse del suo partito, ha riportato d’attualità il tema del finanziamento pubblico ai partiti politici. Che in teoria non esiste più dal referendum del 1993, ma è stato poi ripristinato sotto forma di “rimborso elettorale” nei modi ben ricostruiti oggi sulla stampa da Paolo Baroni sulla Stampa.

Può sembrare un paradosso che 20-30 milioni di euro restino sul conto di un partito, che tra l’altro nel frattempo non esiste nemmeno più, senza che i beneficiari – quelli che in una società privata sarebbero chiamati gli azionisti – di quei soldi ne se preoccupino più di tanto. Al punto da farseli fregare dal proprio tesoriere. Eppure se il caso-Lusi una cosa insegna, è che ai partiti, nonostante il referendum che nel 1993 ha abolito il finanziamento pubblico, arrivano ancora tanti soldi. Troppi soldi.

Prebende per miliardi
In 14 anni, tra le politiche del marzo 1994 e quelle dell’aprile del 2008 le forze politiche italiane hanno incassato la bellezza di 2,25 miliardi di euro. Di cui quasi un miliardo solo con le tornate elettorali del 2006 e del 2008. A colpi di leggi e leggine i partiti, tutti senza distinzione di sorta, negli ultimi anni hanno via via rimpolpato il loro tesoretto. Nell’aprile 1993 il governo Amato reintroduce un “contributo per le spese elettorali” pari a 1600 lire per ogni italiano che risultava al censimento, anche quelli che non avevano diritto al voto. Le politiche dell’anno seguente, il 1994, portano così nelle casse dei partiti 46,9 milioni di euro di oggi, altri 23,4 arrivano con le europee che seguono di lì a poche settimane. Prodi nel 1997 introduce il 4 per mille a favore dei partiti con uno stanziamento di 56,8 milioni l’anno. Ma una norma transitoria valida solo per il primo anno alza lo stanziamento a 82,6 milioni di euro nonostante le scarsissime adesioni dei contribuenti. Col governo D’Alema, nel 1999, si ritorna al finanziamento pubblico pieno, vengono così definiti 5 fondi per il rimborso delle spese elettorali (elezioni di Camera, Senato, Parlamento europeo, consigli regionali e referendum) e al contempo la quota “procapite” sale da 1600 a 4000 mila lire. Però, almeno, la base di calcolo viene un poco ridotta: non si tiene più conto dell’intera popolazione nazionale ma solo degli iscritti alle liste elettorali della Camera. In caso di legislatura piena ogni anno vengono così erogati ai partiti 193,7 milioni di euro. Ma è anche previsto che in caso di interruzione anticipata della legislatura il fiume di denaro venga sospeso. E così le europee del 1999 costano alle casse pubbliche 86,5 milioni di euro, 85,9 le regionali del 2000, e ben 476,4 milioni di euro le politiche dell’anno seguente.

Dalla lira all’euro
Nel 2002 il governo Berlusconi cambia l’importo del rimborso per elettore: è arrivata la moneta unica europea e dalle 4 mila lire di tre anni prima si passa a 5 euro. Anche peggio, insomma, di quel cambio 1 a 1 tante volte contestato a ristoranti e bar in quei tempi. L’ammontare da erogare in caso di legislatura completa in questo modo aumenta più del doppio, si passa infatti da 193,7 milioni di euro a 468,8. L’ultimo “colpo” arriva nel 2006, ancora governo Berlusconi: la legge 5122 stabilisce infatti che l’erogazione sia dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura indipendentemente dalla sua durata effettiva. Fantastico quel 2006! È esattamente l’anno in cui la Margherita inizia ad incassare milioni su milioni forte di un significativo risultato elettorale. Inizia però anche una fase di grandi trasformazioni che vedranno il partito di Rutelli e Franceschini fondersi coi Ds, An unirsi a Forza Italia per dar vita al Popolo delle libertà. Comincia insomma la stagione dei cosiddetti “partiti fantasma” che, anche se non esistono più (la Margherita si estingue a inizio 2007), incassano come se nulla fosse i contributi elettorali sino a tutto il 2011. E poco importa se nel 2008 si torna alle urne, la leggina di due anni prima garantisce comunque cinque anni di pagamenti. A Forza Italia vanno in tutto 96 milioni di euro, al Pd 74, 42 alla Margherita e via di questo passo. Anche le forze minori, come i Verdi, Rifondazione, l’Udeur, che per una ragione o per l’altra, si sono scissi, spaccati, fusi e riaggregati in varie forme incamerano quattrini, milioni su milioni.

(continua a leggere sulla rassegna stampa della Camera)

fonte: I soldi che diamo ai partiti | Il Post.

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