La Nuova Grande Depressione. E’ la fine quando gli Economisti riscoprono la necessità dell’Etica.


di Giuseppe Sandro Mela.

Fama e buon nome si conquistano e si conservano sul campo di battaglia. Derivano dal consolidato riscontro di essere affidabili, corretti ed onesti. Molti economisti che si erano conquistati un’ottima nomea per i loro lavori scientifici e di ricerca non hanno saputo, giunti all’apice della carriera, resistere al sottile fascino di schierarsi politicamente. Per sostenere con forza delle tesi partitiche sono così incorsi in una lunga serie di contraddizioni, ed alla fine la loro credibilità é sbiadita, si é vanificata nel tempo.

                A confermare questi enunciati é addirittura il Sole24Ore, quando in un suo editoriale afferma: «Non è un gran momento per gli economisti. Non godono di buona stampa. Anche Papa Benedetto XVI pochi mesi fa si era lasciato andare (immagino non intenzionalmente) a una mezza battuta, quando aveva invitato “a seguire solo Dio senza affidarsi alle previsioni di maghi o economisti”

                L’autorevole, quanto largamente condiviso, invito  a non «affidarsi alle previsioni di maghi o economisti» suggella il giudizio negativo su una categoria che si prodiga in previsioni che poi non trovano riscontro alcuno.

                Ma la cosa appare del tutto sinistra quando si arriva al punto di dire che «l’unico pregio delle decisioni economiche è di fare apparire scientifica anche l’astrologia».

                L’articolo di Ferguson che riportiamo dal Sole24Ore non solo non sembra però contenere elementi strampalati, quelli che un medioevale avrebbe definito “extranea”, ma riporta inopinatamente una serie di considerazioni del tutto ragionevoli e rispondenti al vero. Ossia di quel tipo oggi aborrito da una gran parte degli economisti di gran grido e della gente comune, on the road. Per essere chiari, quelle cose che se le dici sei sottoposto ad un immediato linciaggio.

                Diamo quindi atto a Ferguson di aver avuto il coraggio di aver ripetuto per ben cinque volte consecutive la parola “etica”, termine divenuto oramai alieno alla nostra moribonda società dei diritti.

                Parlare di etica del lavoro, constatare che essa fu alla base del progresso sociale ed economico dell’Occidente e interrogarsi perché mai adesso ne siano invece depositari gli Orientali é un quantum leap del tutto sconvolgente. E’ un segno di avvenuta discontinuità nel pensiero socio-economico imperversante. E’ il certificato di morte di tutte quelle teorie che originarono da una illogica interpretazione illuministica.

                Quando anche gente tosta e scafata come gli economisti si richiamano all’etica é il segno evidente che constatano il fallimento loro, delle idee che hanno propalato e dell’intero contesto socio-economico che li aveva sostenuti. E si noti che l’Autore riporta questo termine sempre al singolare, dato lessicologico che la conta lunga.

                Si rimane anche strabiliati a veder ritornare in auge l’enunciato “adaequatio rei et intellectus“, trionfo del sano e robusto buon senso tomista.

                Bentornati quindi nella società dei doveri, governati dall’etica. Non esistono diritti senza doveri, e sono i doveri a definire i diritti. In poche parole, stanno maturando i tempi per riprendere l’evoluzione del pensiero là dove lo lasciarono i grandi pensatori medioevali, ma questa volta curando con scrupolosa attenzione di non deragliare dai binari della logica.

 

                Testi citati e riportati.

Sole24Ore 2012-01-29 Cara America, il rischio è il declino. (Ferguson)

La lezione della storia è impietosa: dall’impero romano a Gheddafi, i regimi e le civiltà finiscono in repentini tracolli più che graduali declini. Ed è quello che rischiano Stati Uniti e Occidente dopo aver perso le “armi vincenti” – dalla concorrenza all’etica del lavoro – che ne hanno garantito la supremazia per secoli, a vantaggio di altre società, soprattutto asiatiche.

Forse è ancora possibile eliminare i virus e rilanciare il nostro sistema: ma bisogna agire subito.

L’Occidente ha prevalso sul resto del mondo, a partire dal XVI secolo, grazie a una serie di innovazioni istituzionali che si sono rivelate altrettante armi vincenti: la concorrenza; la rivoluzione scientifica; lo stato di diritto e il governo rappresentativo; la medicina moderna; la società dei consumi; l’etica del lavoro.

All’inizio del XX secolo, una decina di imperi – Stati Uniti compresi – rappresentava il 58% della superficie e della popolazione del pianeta, e ben il 74% dell’economia mondiale. Poi, però, il quadro è rapidamente cambiato. A cominciare dal Giappone, numerose società si sono appropriate di queste armi vincenti. Chi è oggi il vero depositario dell’etica del lavoro? Il sudcoreano medio lavora circa il 39% di ore in più a settimana rispetto all’americano medio. L’anno scolastico in Corea del Sud è di 220 giorni, rispetto ai 180 degli Stati Uniti. Basta frequentare un po’ le principali Università americane per accorgersi che gli studenti migliori, quelli che studiano di più, sono gli asiatici e gli asiatico-americani.

Quanto alla società dei consumi, 26 dei 30 più grandi centri commerciali del mondo si trovano oggi nei Paesi emergenti, soprattutto in Asia. Negli Usa se ne contano solo tre: e oggi sono posti desolati e semivuoti, visto che gli americani faticano a ripagare i debiti e hanno le carte di credito scadute. Passando all’assistenza sanitaria, la spesa americana è più alta di quella di qualunque altro Paese. In percentuale sul Pil, gli Stati Uniti spendono il doppio del Giappone per la sanità e più del triplo della Cina. Eppure l’aspettativa di vita in America è salita da 70 a 78 anni negli ultimi 50 anni, rispetto alle impennate del Giappone (da 68 a 83 anni) e della Cina (da 43 a 73 anni).

Se poi parliamo dello stato di diritto, il World Economic Forum ci dà un quadro desolatamente chiaro. In ben 15 dei 16 indicatori relativi alla tutela della proprietà intellettuale e alla governance d’impresa, gli Stati Uniti sono più arretrati di Hong Kong e si piazzano al primo posto solo in un settore: la protezione degli investitori. Sotto ogni altro aspetto, la loro reputazione è pessima.

Figurano all’86° posto nel mondo per i costi imposti alle imprese dalla criminalità organizzata, al 50° per la fiducia dell’opinione pubblica nell’etica degli uomini politici, al 42° per le varie forme di corruzione e al 40° per l’affidabilità degli audit e la credibilità dei bilanci. Quanto alla scienza, gli ultimi dati sulla competenza matematica rivelano che il divario fra gli studenti più avanzati al mondo – quelli di Shanghai e Singapore – e i loro coetanei americani è oggi più grande del gap fra gli adolescenti americani e quelli albanesi e tunisini.

Il compianto Steve Jobs ha convinto gli americani che il futuro sarebbe stato «progettato dalla Apple in California e assemblato in Cina». Ma le statistiche dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale mostrano che già oggi il Giappone licenzia più brevetti degli Usa, che la Corea del Sud ha scavalcato la Germania, piazzandosi al terzo posto nel 2005, e che anche i cinesi stanno per superare i tedeschi.

E veniamo infine alla concorrenza, l’arma vincente iniziale che ha avviato l’Europa frammentata verso un destino completamente diverso da quello della monolitica Cina imperiale. Il World Economic Forum realizza ogni anno, dal 1979, un’ampia indagine sulla competitività. Da quando è stata adottata l’attuale metodologia, nel 2004, il punteggio medio di competitività degli Usa è sceso da 5,82 a 5,43, registrando uno dei cali più rapidi tra i Paesi avanzati, mentre la Cina, nel frattempo, saliva dal 4,29 al 4,90. E non si tratta soltanto di una perdita di competitività sul fronte esterno. La cosa forse più preoccupante è la caduta di competitività interna, oggi che la mobilità sociale del dopoguerra ha ceduto il passo a una straordinaria polarizzazione sociale. Non c’è bisogno di essere i radicali di Occupy Wall Street per vedere che l’élite americana dei super ricchi – l’1% che si appropria del 20% del reddito – è ormai pericolosamente separata dal resto della società e soprattutto dalle classi inferiori, agli ultimi posti nella scala di distribuzione della ricchezza.

Quello che dobbiamo fare è eliminare i virus che si sono insinuati nel nostro sistema: le posizioni di monopolio che ostacolano la concorrenza e paralizzano tutto, dalle banche all’istruzione pubblica; la pseudoscienza politicamente corretta che distoglie gli studenti dalla scienza vera e rigorosa; i lobbisti che sovvertono le leggi dello Stato in nome degli interessi particolari che rappresentano – per non parlare del sistema follemente disfunzionale di assistenza sanitaria, del sovraindebitamento privato e del nostro allarmante passaggio dall’etica del lavoro a quella dei sussidi di disoccupazione. Poi dobbiamo introdurre le innovazioni di maggior successo già sperimentate da altri paesi – dalla Finlandia alla Nuova Zelanda, dalla Danimarca a Hong Kong, da Singapore alla Svezia. E, infine, dobbiamo “resettare” e rilanciare il nostro sistema.

Mi rifiuto di accettare che la civiltà occidentale sia una sorta di vecchia versione di Microsoft dos, destinata a girare sempre più lentamente fino a bloccarsi del tutto. Ma la lezione della Storia è chiara. Guai agli elettori e anche agli uomini politici che oseranno rinviare il grande rilancio.

 

Sole24Ore 2011-11-10 Economisti, la crisi è anche vostra. Dove siete? (Matteo Motterlini)

Non è un gran momento per gli economisti. Non godono di buona stampa. Anche Papa Benedetto XVI pochi mesi fa si era lasciato andare (immagino non intenzionalmente) a una mezza battuta, quando aveva invitato “a seguire solo Dio senza affidarsi alle previsioni di maghi o economisti”.

Come è noto, e questa è una battuta intera, “l’unico pregio delle decisioni economiche è di fare apparire scientifica anche l’astrologia”. Se proprio dobbiamo trovare qualcosa di positivo nell’attuale crisi è che essa ha messo in discussione non soltanto il sistema economico e finanziario internazionale ma anche la teoria su cui un tale sistema si fonda. La crisi rivendica infatti la necessità di andare oltre i paradigmi consolidati e aprire le scienze economiche e sociali a nuovi metodi di indagine e a nuove ipotesi esplicative. Qui il problema, per essere onesti, non è che gli economisti non abbiano saputo prevedere la crisi (chi avrebbe potuto?), ma che a distanza di due anni ancora non sappiano trovare soluzioni per venirne fuori.

Paul Krugman lo ha scritto a chiare lettere sulle pagine del New York Times: “questa crisi era per gli economisti l’occasione di giustificare la loro ragione di essere, per noi scribacchini accademici era il momento di mostrare cosa sanno fare i nostri modelli e le nostre analisi”. Un fallimento. Solo oscurità. Il “Medio Evo della marcoeconomia” – per usare le sue parole. Senza futuro, perché chiusi nella loro ortodossia e impermeabili a nuovi approcci; e pure senza passato, perché ignorano la lezione dei classici. (L’articolo How Did Economists Get it so Wrong è veramente Krugman al meglio di sé: lucido, corrosivo, e caustico. Ma non perdetevi neppure la replica stizzita di John H. Cochrane How did Paul Krugman get it so Wrong?. Prese insieme si ergono a paradigma del dibattito accademico fatto di personalismi e ideologia. L’età dei lumi è là da venire. La “triste scienza” è sempre più tale).

Ma come si è arrivati a ciò? Krugman dice di non avere una risposta, lui è un economista e “qui sembra ci sia bisogno di un sociologo”. In realtà il problema è epistemologico. Come ho scritto sul Corsera: gli economisti avrebbero deragliato per aver scambiato la bellezza, il rigore formale e eleganza matematica per verità; sedotti dalla visione di mercati perfetti, e insieme dalla grande eleganza e unità formale della teoria che li “spiega”. … Ma anche le migliori ipotesi scientifiche forniscono predizioni accurate soltanto in contesti determinati, in condizioni privilegiate, sotto idealizzazioni plausibili, e grazie a un duro lavoro sperimentale che spesso impone dei correttivi ad hoc.

Ansiosi di vedere riconosciuta la propria “scientificità”, gli economisti hanno matematizzato rapidamente il proprio linguaggio, ma dimenticando che il rigore formale conta poco o nulla se divaricato dalla realtà…. L’analisi teorica gode in economia di un prestigio sproporzionato che non trova riscontro in nessun altro ambito di ricerca scientifica avanzata. La scienza non può limitarsi a una elegante “rappresentazione” della natura, deve essere anche in grado di intervenire su di essa. (Representing and Intervening di Ian Hacking lo illustra questo punto magnificamente) Di fronte alla natura occorre imparare a “torcere la coda al leone”, affermava Francesco Bacone, che di metodo sperimentale se ne intendeva. È auspicabile che gli economisti riescano presto a riequilibrare il rapporto tra teoria ed evidenza, e a “torcere la coda” alla crisi.

Riguardo a Krugman lascio l’ultima parola a questa canzone:we need you on the front line not just writing for the NYT

 

                Nota.

                «Adaequatio rei et intellectus» é la definizione metafisica della verità come appare nell’articolo 1 della prima Quaestio del De Veritate.  L’incipit é altrettanto famoso: «… ma ciò che anzitutto l’intelletto concepisce come la cosa più nota di tutte e in cui risolve tutti i concetti è l’ente (ens), come dice Avicnna al principio della sua Metafisica;», e ricalca quello del prologo del precedente De ente: «… l’ ente e l’essenza sono le cose concepite per prime dall’intelletto, come dice Avicenna al principio della sua Metafisica.» L’ente in quanto ente, ciò cui compete l’essere, ciò il cui atto è l’essere. Ossia «Il concetto complesso di ente, (qualcosa che possiede l’essere) è la prima idea della intelligenza umana, non innata, ma procedente dall’esperienza nella quale l’uomo scorge l’essere appena conosce intellettualmente.». «Non si tratta di un’idea esplicitamente astratta (che appare più tardi, come risultato di una maggiore elaborazione) bensì del fatto che qualunque cosa sia oggetto di qualche apprensione, viene primariamente accolta sub ratione entis.». Si conosce ciò che è: questo è, o esiste: l’ente è sintesi di essere e determinazione: «unumquodque conoscibile est in quantum est in actu.»

                In parole poverissime, la verità consiste nella corrispondenza, nell’accordo sostanziale, tra la realtà e la sua rappresentazione linguistica e concettuale. L’ideazione avulsa dalla, o contraddittoria della, realtà è falsa, al massimo un’utopia, una chimera, che immancabilmente cadrà sotto il macigno delle sue contraddizioni

Fonte: La Nuova Grande Depressione. E’ la fine quando gli Economisti riscoprono la necessità dell’Etica. | La Nuova Grande Depressione. E’ la fine quando gli Economisti riscoprono la necessità dell’Etica..

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