IL FUTURO E’ ADESSO


di Davide Reina.

L’autoproduzione è una risposta costruttiva, forse l’unica, alla crisi. Se possiamo farci le cose da noi, invece che acquistarle, allora controlliamo i nostri costi, invece che subirli

 Diceva Von Leibniz che il presente è carico del passato e gravido dell’avvenire. Dunque, a me pare che mai come di questi tempi in cui continuiamo a interrogarci su che cosa non ha funzionato nel nostro passato e non sta funzionando nel nostro presente, sia giusto interrogarci su che cosa potrà nascere nel futuro che ci attende. Anche perché qualcosa sta già nascendo.

Jim Bowie è di Pittsburgh, negli Stati Uniti. Ex-operaio in acciaieria. Viso duro e mani grandi come badili. Uno di quei tanti americani traditi dal sogno americano. Oggi, mi dice, è felice. Finalmente basta a se stesso. Si è costruito la casa da solo con le sue mani e con l’aiuto di una cooperativa di ex-colleghi. Nel giardino ha un orto e delle galline. Di fame non muore di certo. L’energia per il riscaldamento e per l’illuminazione se la produce con i pannelli solari e una pompa a calore. E il suo pick-up, mi dice fiero, è alimentato con il biodiesel prodotto da una cooperativa di cui è socio, e che lo ottiene a partire dagli scarti dei ristoranti, offrendolo a un prezzo che è il 30% in meno dei carburanti sul mercato. Che vadano al diavolo le multinazionali, le tariffe energetiche inique, le tasse sui carburanti che trattano allo stesso modo chi guadagna 1.000 dollari al mese e chi ne guadagna 1 milione. Lui ne può fare a meno. E’ l’autoproduzione: la nuova autarchia del cittadino europeo e americano nel XXI° secolo, e la soluzione all’impoverimento vergognoso che ci sta colpendo.

I cittadini si sono stufati di attendere una politica che non interviene per correggere l’eccessiva diseguaglianza tra i ricchi e i poveri, e stanno facendo da soli. La prima cosa che vogliono ottenere è una condizione di autarchia individuale: ciascuno è padrone dei propri costi, così non li subisce più. Per esempio i costi dell’energia. La ragione? E’ su questi costi che negli ultimi anni si è permesso alle imprese, con la colpevole complicità della politica, di aumentare le tariffe in modo del tutto discrezionale impoverendo i cittadini.

Cittadini che oggi fanno i conti con uno scenario nel quale da un lato non sono certi i redditi futuri perché è incerto il posto di lavoro, dall’altro non sono certi i costi futuri perché sono fuori controllo i prezzi dei beni di prima necessità (l’energia, il cibo, la casa). E’ una situazione che assomiglia molto a quella di quel condannato a morte al quale il boia domanda beffardo se preferisce morire di lama o di corda. Sempre di morire si tratta. E se invece la producessimo da soli l’energia che ci serve per riscaldarci e per illuminare le nostre case? Con buona pace delle utilities ingorde e oligopoliste… E se invece lo producessimo da soli il nostro cibo? Con buona pace degli speculatori che campano a spese nostre e della filiera… E se ce la costruissimo da soli la nostra casa? Con buona pace degli speculatori edili….Diversamente dalla vecchia autarchia del secolo scorso però, la nuova autarchia non è né triste, né povera, né fondata sulla rinuncia. La differenza la stanno facendo il Web, con il suo formidabile potere cooperativo, e le nuove tecnologie che ci permettono di realizzare autoproduzioni eccellenti. Come riporta un articolo dell’ Economist del dicembre 2011, e come nella Pittsburgh di Jim Bowie, anche nella British Columbia in Canada e a Baltimora negli Stati Uniti si sono formate delle cooperative di cittadini che producono biodiesel per automobili utilizzando gli scarti di lavorazione dei ristoranti. La raccolta e la produzione avvengono su base locale. Il processo produttivo è sicuro e poco costoso. Il carburante ottenuto è in tutto e per tutto equivalente al diesel sul mercato, solo che costa il 30% in meno. Ci sono persino delle società che incominciano a vendere un apparecchio, installabile a domicilio, per produrre fino a 300 litri di bio-diesel l’anno nel giardino di casa propria, permettendo l’autoproduzione individuale di carburante.

Le autorità per ora hanno chiuso un occhio e non hanno ostacolato lo sviluppo di queste iniziative. I ristoratori sono interessati perché trasformano quello che prima era un costo (il rifiuto da smaltire) in una fonte di guadagno. Anche in alcuni paesi europei ci sono delle normative che favoriscono l’autoproduzione di carburante per automobili: in Gran Bretagna è consentita fino a un limite massimo di 2.500 litri, esentasse. Stesso discorso per l’energia.Il Corriere della Sera dello scorso 29 marzo racconta il caso delle 73 cooperative elettriche diffuse in tutto l’arco alpino, dal Friuli alla Valle d’Aosta, che si autoproducono e si auto-pagano l’energia elettrica servendo 80.000 utenze per un totale di 300.000 cittadini, ad un costo inferiore del 30% alle tariffe nazionali. Così come nel caso del biodiesel ottenuto dagli scarti dei ristoranti, anche qui si tratta di una filiera in cui il cittadino è socio, produttore e utilizzatore del servizio allo stesso tempo. Una filiera che è alternativa, evidentemente, alle filiere centralizzate e concentrate nelle mani di pochi grandi produttori-distributori di energia così come di carburanti che, forti delle loro dimensioni e di accordi di cartello “nascosti”, hanno imposto i loro prezzi al mercato impoverendo i cittadini.

L’autoproduzione è una risposta costruttiva, forse l’unica, alla crisi. Se possiamo farci le cose da noi, invece che acquistarle, allora siamo noi a controllare i nostri costi, invece che subirli. La cosa interessante è che oggi questo è possibile praticamente per tutti i beni e servizi di cui abbiamo bisogno per la nostra vita. Grazie ai software, ai sistemi CAD-CAM e all’assemblaggio “DIY” (Do It Yourself), ognuno di noi può diventare un auto-produttore in grado di realizzarsi da solo ciò che gli serve. Come scrive un recente articolo dell’Economist dello scorso dicembre, il movimento dei “maker” è in forte crescita in tutti gli Stati Uniti e nel resto del mondo. Case, automobili, vestiti, scarpe, tutto si può autoprodurre su scala individuale. Il Web insieme con la miniaturizzazione e semplificazione dei sistemi di produzione e assemblaggio, ha ricondotto l’unità minima produttiva alla dimensione del singolo individuo. Questo ci rende liberi, e ci consente di acquisire una condizione di sostanziale indipendenza da quella società della crescita continua che si è sino ad ora fondata sui nostri consumi incessanti, schiavizzanti, sempre più indebitati. Con l’autoproduzione invece, il cittadino diventa utilizzatore di ciò che si è prodotto da solo, e il cerchio si chiude in modo svincolato e indipendente dalla società dei consumi e dalle sue imprese simbolo. Chi crede che l’autoproduzione rappresenti una sorta di luddismo di ritorno, una risposta retrograda e paurosa alla crisi che ci colpisce, commette un errore colossale di prospettiva. L’autoproduttore non combatte la tecnologia e la sua abbondanza. Al contrario, egli usa la tecnologia più avanzata per fare da sé e per crearsi da solo quanto gli è necessario. Il suo obiettivo ultimo è l’indipendenza dalla società dei consumi e l’autoproduzione di quanto è necessario, senza sprechi né acquisti inutili. Un altro fenomeno emergente, nell’Occidente in crisi di questo primo scorcio di XXI° secolo, è la cooperazione.

Come dimostra il caso delle cooperative elettriche del nostro arco alpino, la cooperazione riesce a garantire equità laddove invece la competizione (finta) genera iniquità. Non solo, la cooperazione possiede la proprietà di unire in capo ad un unico soggetto partecipazione, produzione e consumo (o per meglio dire, utilizzo). Laddove invece la finta competizione divide (e si guarda bene dal congiungere) implacabilmente chi è azionista e proprietario da un lato e chi è cliente-spremuto dall’altro, (e questo è stato sempre la norma negli ultimi vent’anni in Italia, al di là dei ragionamenti ridicoli per cui se si possiedono 5.000 euro di azioni ENELtutto sommato si va a guadagnare da un rincaro delle tariffe elettriche, poiché queste si traducono in un aumento del valore azionario con beneficio del piccolo azionista tale da compensare l’aumento tariffario: non è vero).

Ora, rispetto alla cooperazione del XXI° secolo, il fatto nuovo è il formidabile aumento di scalabilità e replicabilità di questa forma organizzativa, grazie al potere associativo fornito dal Web. Oggi le cooperative si possono costituire tra cittadini tra loro anche molto distanti. E ciò nonostante, esse possono ben funzionare e competere sul mercato con i loro progetti, prodotti, servizi. Il Web permette infatti la cooperazione, la co-progettazione e la co-produzione anche “a distanza”. Allo stato dei fatti non siamo ancora in grado di calcolare con precisione quanto questo possa favorire la diffusione su larga scala di queste nuove cooperative 2.0.
Quello che possiamo dire con certezza è che il Web favorisce enormemente la cooperazione e la condivisione del plusvalore da parte dei soci. Per cui è lecito attendersi una forte crescita del fenomeno Cooperazione 2.0. negli anni a venire. E con esso, fortunatamente, un miglioramento del nostro grado di equità sociale e economica. Questo però, a patto che il sistema normativo non dorma. Non possiamo far funzionare le cooperative del XXI° secolo con le norme del XX° secolo. C’è quindi bisogno di nuove leggi che, a partire da una comprensione piena del fenomeno cooperativo contemporaneo, ne facilitino l’attecchimento e il funzionamento. Il terzo fenomeno nuovo di questa prima decade del secolo è la risposta dell’Occidente alla globalizzazione sregolata che arriva da Est: la localizzazione globale. Una localizzazione di forma nuova che non si traduce in protezionismo, bensì in produzione su base locale e non-imitabile (né da Est, né da Sud, né da Nord) da un lato, commercializzazione su scala globale dall’altro.
A questo proposito la storia di Andrea Ribaudo è davvero emblematica. Ingegnere chimico, quarant’anni. Circa dieci anni Andrea Ribaudo fa ha ereditato dieci ettari di terreno nelle Langhe, dove c’erano delle vecchie viti. Oggi produce Nebbiolo di grande qualità, poche migliaia di bottiglie, e le vende in tutto il mondo tramite il suo sito Web, oppure direttamente ai turisti che lo vengono a trovare. Il 90% dei suoi clienti sono stranieri. La sua piccola azienda è locale dal punto di vista produttivo e globale dal punto di vista commerciale. Nessun cinese potrà mai produrre Nebbiolo a Shanghai. Ma molti cinesi berranno del buon Nebbiolo in futuro. E’ la localizzazione globale. Realizza un prodotto che è iper-locale, che è talmente e inconfondibilmente legato a un certo territorio da non essere imitabile. E lo commercializza in tutto il mondo tramite il Web. Questa ricetta imprenditoriale è immune alle manipolazioni dei tassi di cambio e al basso costo della manodopera. E come tale, essa possiede la proprietà della resilienza. Irrobustisce il nostro sistema produttivo ed economico e lo sviluppa al tempo stesso, come dimostrano i trend di crescita a due cifre del comparto vino italiano in tutto il mondo, nonostante la crisi attuale. Per questo dobbiamo puntarvi con grande determinazione. L’Italia è piena di prodotti iper-locali unici e inimitabili. Solo che li commercializziamo su scala ancora troppo locale.

L’ultimo fenomeno all’orizzonte è il nuovo colonialismo. Un colonialismo, come lo definisco io, di ritorno. Il grande spostamento di risorse economiche e finanziarie che l’Occidente ha in questi ultimi vent’anni realizzato in Oriente, ora torna indietro verso Occidente, come una sorta di grande pendolo che dopo avere oscillato verso Est compie adesso un moto uguale e contrario verso Ovest. E, per una di quelle ironie che a volte la storia ci propone, l’Oriente arricchito si sta comprando l’Occidente indebitato, a prezzi di saldo. Saranno i capitali indiani e cinesi ad acquistare gli asset più preziosi dei nostri vecchi, indebitati paesi europei. Così accade che le Ex-colonie si comprino quelli che una volta erano i loro dominatori. E che, quindi, l’India acquisti il Regno Unito, con i miliardari indiani laureati a Oxford e Cambridge che si comprano la Jaguar e la Land Rover. O che il Brasile si acquisti il Portogallo con le sue aziende. Mentre le ex-colonie del Sud-America non si comprano la Spagna soltanto perché stanno messe peggio della Spagna stessa. Ma è solo questione di tempo. Come evidenzia un articolo dell’Economist dello scorso gennaio, le ex-colonie sono destinate a investire molto più pesantemente nei loro Ex-Imperi che non nel resto del mondo. Lo dicono le cifre: l’inter-scambio tra ex-colonie ed ex-imperi è, tuttora, più grande rispetto alla media degli inter-scambi di quei paesi con il resto del mondo di uno stupefacente +188%.

E la Cina? Anche qui la storia è interprete fedele dei suoi corsi e ricorsi. Così avviene che l’Impero Cinese del XXI° secolo investa in modo selettivo soprattutto in quelle che una volta erano le principali nazioni europee presenti con le loro concessioni in Cina, all’inizio del ‘900: Germania, Francia, Inghilterra. In pratica, creando delle concessioni cinesi permanenti (anche se, tutto sommato, circoscritte e prudenti), in quegli stati. Con una sola significativa eccezione: l’Italia. Qui il drago cinese affonda i suoi artigli con forza. Capisce che l’Italia può diventare la sua testa di ponte in Europa e, al tempo stesso, una piattaforma vero il Nord-Africa. Glielo dice la geografia. E soprattutto comprende come l’Italia sia l’unico, tra i grandi paesi europei, a essere in vendita. Nel banchetto che attende i partecipanti alla svendita del patrimonio italiano, delle sue imprese più uniche e preziose, la Cina reciterà il ruolo del protagonista. Un protagonista che certo non è stupido e che, quindi, mai si presterà a fornire al padrone di casa (in via di diventare ex-padrone) il finanziamento sufficiente per risollevarsi. Soltanto un ingenuo non può intuire che l’atteggiamento cinese nei prossimi anni sarà quello di acquistare il minimo indispensabile di titoli di stato italiani, giusto per mantenere buone relazioni politiche di facciata e non far morire il paziente, contemporaneamente acquistando l’argenteria di casa Italia a prezzi convenienti, come insegna il caso Ferretti cantieri. Negli altri grandi paesi europei i cinesi investiranno, certo, ma saranno contenuti nella loro invasione. Francia e Germania possono permettersi di dire “no” ai soldi cinesi. E l’Inghilterra batte all’incanto i suoi migliori gioielli favorendo un interlocutore, l’India, con la quale condivide la lingua e la storia. L’Italia no. Quest’Italia è, parafrasando il Principe di Metternich, un’espressione geografica destinata a diventare colonia cinese in Europa. Il motivo è che l’Italia è il paese del vecchio continente che meglio soddisfa la linea guida dell’espansionismo cinese all’estero: la ricerca di sistemi paese sufficientemente grandi, caratterizzati da opacità normativa e bassa resistenza culturale alla conquista dall’esterno, ricchi di opportunità d’investimento di tipo opportunistico. E poi, dietro allo spauracchio dei default incontrollati che vengono quotidianamente evocati e che tutto farebbero crollare, si nascondono i ben più convenienti default controllati. Vere e proprie liquidazioni amministrative dei patrimoni delle nazioni più indebitate come Grecia, Portogallo, Spagna e Italia. Tra queste, l’affare più grande è rappresentato dall’Italia. E non solo per la mole del debito da ridurre e, di conseguenza, per la dimensione necessaria del patrimonio da mettere all’incanto. Ma anche per la preziosità degli assets italiani, che non ha eguali al mondo: in primis i luoghi e tesori artistici che il mondo c’invidia. Occorrerebbe uno slancio di patriottismo da parte dei ricchi italiani affinché si potesse fare una patrimoniale seria che, abbinata a uno spending review sistematico, ci consentisse una riduzione a scalino e nell’ordine dei quindici-venti punti percentuali del debito pubblico in cinque anni, e quindi tale da permetterci di non svendere ai cinesi per onorare il debito. Ma non credo che avverrà. Dunque: Italia, terra di conquista.

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