LA DOLLARIZZAZIONE DELLA LIRA: una delle cause più gravi della nostra crisi


di Giovanni Carlini.

Le regole della nostra vita quotidiana e il contesto economico che ne deriva sono cambiate dal 2001 ad oggi, da cui anche le crisi e i connessi scenari, che non sappiamo ancora risolvere perché non studiati a sufficienza. Il tutto ci proietta verso un futuro incerto e inquieto di cui aver paura?

Perché l’euro come unità monetaria è stato un errore.
Questo studio fu pubblicato per la prima volta nel 2000, quindi rivisto nuovamente nel 2008, nel 2011 e oggi, perché ancora attuale, nonostante gli 11 anni intercorsi. Il punto cruciale è sempre lo stesso: la moneta comune (euro) resta un errore sul piano concettuale e quindi pratico.
La spiegazione potrebbe essere lunga e complessa, ma per semplificare al massimo, si potrebbe fare un paragone tra il sistema sanguigno di un organismo umano e la sua struttura anatomica. Come noto, la velocità di circolazione del sangue, nel nostro corpo, si misura con la pressione. La moneta, in un sistema economico, è perfettamente paragonabile a ciò che rappresenta questo fluido in un corpo umano. Nel caso si dovesse immettere in un organismo, un liquido estraneo, con regole tutte sue e non studiate o adattate al corpo che lo ospita, avremmo, come minimo, problemi di pressione bassa o alta o addirittura di rigetto. Ed è esattamente quanto accaduto nel sistema economico italiano. In un’economia “che ha funzionato con la lira” è stato immesso, dalla mattina alla sera, una moneta completamente estranea, che compete normalmente con il dollaro USA, ma che non ha nulla di compatibile con il nostro sistema economico. In pratica ogni particolare di un sistema, e con ciò anche quello economico, ha una sua logica e ordine, che non può essere modificato a propria scelta, senza progressive procedure d’inserimento.
L’errore di fondo, nel lancio dell’euro dentro i diversi sistemi nazionali, fu di svuotare un’economia della sua moneta per introdurne un’altra, come se da una bottiglia contenente del latte si inserisse, senza sciacquarla, del vino d’ottima annata per degustarlo poco dopo. La fretta di ricoprire un ruolo e di trovare argomenti politici, che colmassero un vuoto senza precedenti, (in tal senso il ricordo va a Ciampi, Padoa Schioppa, Prodi, Napolitano e Monti) portò quei protagonisti di ieri a spingersi sull’euro, dimenticandosi le regole più elementari d’adattamento. In conclusione, l’economia italiana (e non solo) soffre oggi d’alta pressione perché si trova a pagare in dollari (l’euro è un surrogato della divisa statunitense) quanto guadagna in lire. Ovviamente di pressione alta si muore!
I rimedi? Il doppio corso. La lira come moneta di conto interna e l’euro per ogni transazione con l’estero. Di conseguenza pagare gli stipendi in lire, nominare i conti correnti bancari nella doppia moneta, prezzare nelle due unità di conto, il tutto serve a riportare il fluido dell’economia all’effettivo regime con cui ragiona e si muove l’economia nazionale. Non avviare questa procedura, significa replicare, anche in Italia, quanto accadde in Argentina nel 2001 e sfidare la crisi greca del 2012. Analizzando meglio il caso argentino, per controllare un’inflazione galoppante, si abrogò la divisa locale, il “peso”, per adottare il dollaro USA scordandosi che la zecca, ovvero chi conia i dollari è solo negli Stati Uniti. La conclusione è nota a tutti. Il sistema economico argentino collassò, per carenza di liquidità (come nel 1929 a Wall Street) A conti fatti la rarefazione della spesa, da parte del consumatore italiano, (spaventato dal costo delle materie prime, generi alimentari, dal mutuo immobiliare etc) ricrea quelle condizioni di ritiro dal mercato della massa monetaria, imponendo una carenza di liquidità, che a fatica le banche coprono e che i governi scongiurano creando inflazione nella stampa di moneta (vedi gli sforzi della FED tra il 2010 e il 2011). Con queste premesse c’è un futuro per il sistema sociale e economico nazionale? In assenza di correttivi, la risposta è no.

Cambia il contesto globale: l’altra faccia della globalizzazione
Il volto umano della globalizzazione era, in origine, quello di far accedere al mercato, ovvero alle sue risorse, milioni di persone prima escluse da questo privilegio. In linea teorica significava vendere di più a una fascia di persone, nel mondo. Il ragionamento si presentò come “semplice” seguendo questa agenda: se più persone mangiano meglio, la civiltà e la democrazia sarebbe stata più solida.
Questo modo d’architettare il mondo, ha senso se a fronte di una maggiore richiesta, ci fosse un pari aumento d’offerta. Gli economisti più illuminati s’accorsero di questo dislivello già agli inizi del 2000, ma considerarono il problema superabile, grazie agli alti livelli di produttività e al basso costo della mano d’opera che paesi come la Cina e India offrivano all’Occidente. A conti fatti si poteva produrre a costi più bassi (ecco perché è nata la Cina come sistema economico in subfornitura) ottenendo dei risparmi che avrebbero compensato altri problemi.
Assegnando le responsabilità a chi se le merita, qui viene colpito in pieno il premio nobel all’economia, prof. Joseph E. Stiglitz. I conti su questa base, oggi nel 2012 non tornano più, per tanti motivi, tra cui non ultimo la speculazione. Grandi masse monetarie, spinte da tutti noi, orfane di una borsa e mercato immobiliare non in grado di dare soddisfazione, si sono riversate su qualsiasi cosa si potesse speculare. Nell’elenco figurano le materie prime (dal 2004), quindi il petrolio (dal 2006) i generi alimentari (dal 2008). Sorge una domanda: che la globalizzazione venga uccisa anche dalla speculazione? E’ molto credibile! Per controllare un fenomeno di questo tipo ci sono molti sistemi tra cui imporre il versamento/pagamento almeno del 75% di tutte le transazioni. Comunque una cosa è certa: la speculazione è il nuovo nemico da battere.
Ogni cosa qui detta andrebbe completata con gli effetti della “seconda globalizzazione”, in azione dal mese di ottobre del 2010. Questa seconda fase. comporta un radicale ridimensionamento della prima. Chi progettò la prima globalizzazione si scordò di un effetto molto importante: la disoccupazione. Che senso ha vendere a dei disoccupati quegli stessi prodotti che sono stati loro “scippati” e delocalizzati in altra regione? Un effetto di questo tipo, ha fatto traballare non poche cancellerie (soprattutto negli USA) per cui oggi le imprese tornano in Occidente, aprendo nuovi stabilimenti. Di fatto ciò rappresenta lo svuotamento della Cina, come è stata concepita sino ad oggi e un rischio sempre più forte di collasso del sistema cinese, come dichiarato dal premier del locale partito comunista: se non cresciamo dell’8% all’anno saremo travolti dalle rivolte.

Perché la globalizzazione è un progetto sbagliato dal suo concepimento.
Quella classe di economisti che spinse sulla globalizzazione si dimenticò un particolare fondamentale: la formazione di un mercato interno per sostenere la locale nascente economia.
I paesi emergenti lo sono, oggi, a scapito dell’Occidente che di fatto, pagando in quote di import e di disoccupazione il tributo al mondo, consente l’arrivo del benessere a chi era prima terribilmente povero. In questa “somma zero” di fatto solo ora sta iniziando un accenno di produzione a livello mondiale, maggiore rispetto ai tardi anni Novanta, che indicherebbe un progresso.
Mi spiego meglio: il progresso nel mondo deriva da un incremento di produzione e ricchezza, non da un suo spostamento a vantaggio-svantaggio di una delle parti. La globalizzazione e connessa delocalizzazione (intesa qui come abuso e furto di ricchezza all’Occidente) ha sino ad ora, solo comportato uno spostamento di ricchezza da paesi avanzati a quelli emergenti, impoverendo i primi e di conseguenza tutto il pianeta, perché i secondi non hanno una base culturale e politica certa per consentire al mondo di crescere. L’India è una democrazia incerta, la Cina una dittatura, il Brasile con il caso Battisti e i dazi applicati all’import ha dimostrato la sua discutibilità.

Conclusione
Come sempre il mondo cambia molto rapidamente. In un contesto di questo tipo, non avere le idee chiare, almeno sulla moneta d’appartenenza, rappresenta un pericolo mortale. Il dollaro è l’espressione di un popolo, quando l’euro solo un’accozzaglia di governi, parlamenti e politici in perenne ricerca di un accordo. Di fatto ogni nazione che partecipa alla moneta unica, ha perso la politica monetaria per gestire la propria esistenza, confondendo un bisogno di coordinazione con un fatto così personale e intimo, qual è la divisa nazionale. Come tutti gli errori anche questo è venuto a galla. Il punto adesso è un altro. Pur sapendo che nessuno vuole ammettere d’aver sbagliato, come ne usciamo dallo stallo prima di perire tutti sotto una clamorosa crisi finanziaria, che avrebbe per epicentro l’Europa?

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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