IL DESTINO È AD ATENE


di Timothy Garton.

Quando all’inizio della settimana la Cancelliera tedesca Hannelore Kraft ha incontrato in un’assolata Berlino il presidente francese Hollande, i due hanno concordato i termini di un’improrogabile strategia per salvare l’euro. Non essendoci elezioni in vista per i prossimi due anni in nessun paese della zona euro, i due capi di Stato hanno potuto tranquillamente prorogare la scadenza delle misure di austerità per Grecia, Spagna e Italia, e inserire anche alcuni provvedimenti per stimolare la crescita — tra i quali un’aumentata domanda interna tedesca — e fare altresì in modo che resti quell’indispensabile pressione che consentirà di pervenire alla disciplina fiscale e alla riforma strutturale. In conseguenza di tutto ciò perfino l’ormai distrutta Grecia ha iniziato a intravedere la luce in fondo al tunnel.

Tutto ciò nei nostri sogni, cari europei. Soltanto nei nostri sogni. La realtà è ben diversa.

Mentre François Hollande e Angela Merkel si incontrano sotto un cielo tempestoso squarciato dai fulmini, è in atto una fuga di capitali dalla Grecia (più di cinque miliardi di euro dalle elezioni del 6 maggio); i mercati sono sconvolti da paure e dubbi; si rafforzano e si moltiplicano da sole le voci di un’uscita della Grecia dall’euro; e si prospetta un altro mese di preoccupazioni fino alle prossime elezioni che si svolgeranno ad Atene.

In tutto ciò a Berlino Wolfgang Schäuble predica tuttora la buona novella dell’Ordoliberalismo, come se si trattasse della verità rivelata. Ovunque, in ogni momento, c’è quella vecchia problematica invenzione greca detta democrazia. Di recente mi è giunta all’orecchio una soffiata attribuita all’ex primo ministro del Lussemburgo Jean-Claude Juncker, oggi a capo dell’eurogruppo, secondo cui “sappiamo esattamente quello che dovremmo fare; solo che non sappiamo come essere rieletti qualora lo facessimo”.

Non è del tutto chiaro che Merkel e Schäuble sappiano effettivamente ciò che occorre fare, dato che la loro dottrina economica è piena di magagne. Ma anche nel caso in cui lo sapessero — o se la vincitrice dei Socialdemocratici alle elezioni del Nord Reno Westfalia di domenica scorsa fosse già la cancelliera federale Kraft — sussisterebbero il problema di un’altra elezione imminente da qualche parte in Europa e la cronica difficoltà contro la quale incappano i politici nel dire nella rispettive patrie la verità a quello stesso popolo ai voti del quale aspirano.

Ogni paese ha una propria verità inconfessata che i politici stanno omettendo di dire. La verità inconfessata che riguarda la Gran Bretagna è che questo paese non può avere la botte piena e la moglie ubriaca e continuare a godere di tutti i vantaggi economici derivanti dall’appartenenza all’Ue, restandosene però in disparte, come se fosse un membro dell’Ue praticamente a sé. La verità inconfessata che riguarda la Francia è che non è più un partner alla pari con la Germania. La verità inconfessata che riguarda la Germania, invece, è che, in un modo o in un altro, dovrà pagare per questo macello assoluto in ogni caso.

Molti dei debiti tossici greci sono già stati “socializzati” tramite l’Efsf, il Fondo europeo per la stabilità finanziaria, il Fmi, il Fondo monetario internazionale e la Bce, la Banca centrale europea. La Germania ha una quota di maggioranza in ciascuno di essi, soprattutto nella Bce. Il sistema “Target 2” può non essere ancora qualcosa di molto familiare in Germania, ma dovrebbe esserlo. Tramite il cosiddetto sistema di liquidità Target 2 della Bce, la Germania alla fine del mese scorso aveva richieste (di pagamento interbancario) pari a circa 644 miliardi di euro da parte delle altre banche centrali della zona euro, una cifra equivalente più o meno a un quarto del Pil tedesco.

Se la Grecia uscisse dall’euro, che cosa accadrebbe alle passività Target 2 della sua Banca centrale nei confronti della Bce e tramite quest’ultima alla Germania? Non si sa. Con ogni probabilità, però, la Bce le depennerebbe. Ciò non manderebbe in rovina la banca, ma la Germania finirebbe col dover saldare il conto in ogni caso. Se il default della Grecia avesse invece un effetto a catena su altri paesi più deboli della zona euro, la Germania dovrebbe sborsare soldi di tasca propria per riportarli a galla — direttamente o indirettamente —, pena andare incontro a imprevedibili conseguenze.

La verità inconfessata — o confessata soltanto a metà — che riguarda la Grecia è che le uniche alternative possibili oramai sono di tre tipi: cattiva, peggiore o pessima. Quella pessima è chiaramente un’uscita non programmata e caotica dall’euro. Probabilità che può ancora avverarsi. Se così non sarà, allora agli elettori greci resterà un mese di tempo per capire quale alternativa sia secondo loro cattiva e quale peggiore: un’uscita programmata e prudente dall’euro, o rimanere nell’euro alle condizioni migliori che Hollande riuscirà a spuntare dalla Germania.

Non sono pronto a unirmi al coro dei commentatori che serenamente consigliano alla Grecia di spiccare il salto, da una parte o dall’altra. Francamente non so che cosa sarebbe meglio per Atene. Non sono un economista, e — per quel che conta — neppure gli economisti lo sanno. Non sono pronto a farlo anche perché non sono greco. Democrazia significa che un popolo sviluppa il governo e le politiche più consone e adatte alle proprie esigenze. Non esistendo un demos europeo, di conseguenza non esiste una democrazia che vada bene per tutta l’Ue. Quindi i greci devono mettere a punto ciò che va bene per loro. Le elezioni greche del 6 maggio sono state una sorta di grido angoscioso per le sofferenze che il paese si è visto infliggere. E quel grido ha comportato un rifiuto netto prima di tutto nei confronti dei due partiti più importanti che dominavano la scena politica greca da decenni e poi dell’appoggio che quei partiti avevano dato al cosiddetto “memorandum”, l’accordo sull’austerità in cambio del salvataggio in extremis da parte dell’Europa.

Le prossime elezioni saranno il momento della verità: o dentro o fuori. Il paese dovrebbe azzardarsi a scommettere che dopo lo shock iniziale e le perdite legate alla “Grexit” la sua economia avrebbe modo di tornare a crescere con l’aiuto della svalutazione? O invece il nuovo governo dovrebbe cercare di contrattare il miglior accordo possibile restando nella zona euro, sperando nell’influenza di Hollande e di altri?

Ieri la Merkel ha lanciato un po’ una provocazione quando ha detto alla Cnbc che “se la Grecia crede che potremmo trovare qualche altro stimolo in Europa oltre al Memorandum, allora sarà bene parlarne”. Ma anche il miglior accordo possibile comporterebbe in definitiva una lunga e difficoltosa faticaccia per uscire da questa valle di lacrime. Queste alternative devono essere presentate nel modo più onesto possibile all’elettorato greco, che a quel punto dovrà prendere una decisione.

In effetti, proprio questa fu l’idea straordinaria che il popolo ateniese ebbe circa 2.500 anni fa. I liberi cittadini si riunivano in assemblea e il nunzio chiedeva a gran voce: “Tis agoreuein bouletai?”, “Chi vuole rivolgersi all’assemblea?”. A quel punto ogni uomo libero (ebbene sì, soltanto gli uomini) era libero di presentare le motivazioni migliori a sostegno dell’opzione politica che preferiva, e la democrazia e la possibilità di parlare liberamente erano considerate due facce di una medesima medaglia.

Il futuro della zona euro adesso dipende dalla scelta per la quale opterà la Grecia. Il futuro dell’Europa dipende da quello della zona euro, e quello dell’Occidente in buona parte da quello dell’Europa. Quindi, con una piccola esagerazione, potremmo anche affermare che il futuro dell’Occidente dipende dalla culla stessa dell’Occidente. Sarebbe eccessivo auspicare che in simili circostanze i politici greci riscoprissero una parte della loro magnificenza e della semplicità che prevalsero un tempo ad Atene, quando diedero origine alla democrazia? Probabilmente sì.

Fonte: http://giacomosalerno.wordpress.com/2012/05/17/la-democrazia-e-nata-in-grecia-finira-in-grecia/

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