La Spagna è saltata, l’Italia dorme, l’irresponsabilità impera


Di Oscar Giannino.

In Spagna ieri si è dimesso il banchiere centrrale spagnolo, ma nessun giornale italiano gli ha dedicato una riga. Capisco: il terremoto, i corvi del papa, il calcio marcio, tutto quel che volete voi. Ma Angel Fernandez Ordonez si è dimesso, anzi è stato sacrificato dal governo di fronte a una richiesta parlamentare di commissione d’indagine sul crac di Bankia, le sette casse di risparmio vicine ai Popolari riunite l’anno scorso per tentarne il salvataggio: invano. E c’è di più. Perché nel frattempo – anche su questo in Italia non vola una mosca, mah – la BCE ha stroncato il piano governativo di salvare Bankia, iniettandovi non 19 miliardi di capitali pubblici – il governo non li ha – ma 19 miliardi di titoli del debito pubblico, per girarli subito come collaterale alla BCE. Ciò che costituisce violazione dell’impedimento al finanziamento monetario del debito, nell’euroarea. Dunque siamo al crac bancario iberico, ed è per questo che oggi lo spread spagnolo è andato verso quota 520, il record per quiel Paese dacché c’è l’euro, e noi siamo a quota 460. Eppure a nessuno sembra fregare niente. Rajoy punta al ricatto. O Berlino e BCE dicono sì all’eurosalvataggio di Bankia senza passare per la procedura di aiuti EFSF-ESM, che implicherebbe il commissariamento della politica spagnola “alla greca” tramite Trojka Ue-Bce-Fmi, oppure comunque tra poche settimane con la Grecia salta tutto. La stampa tedesca stamane è insorta come un solo uomo. Da Stefan Ruhkamp sulla Frankfurter Allgemeine a Markus Zydra sulla Suddeutsche Zeitung, il coro di stroncature alla mossa del governatore e del governo spagfnolo è unanime. Dovrebbe suonare come un allarme rosso per l’Italia. Domani si tiene l’assemblea Bankitalia. Ma un piano d’emergenza per le banche italiane non c’è. Ed è un grave errore.

L’estate, per l’eurocrisi, sarà rovente. Non un mero inoltrarsi sulla via della mancata soluzione ai problemi, come si è fatto da novembre 2009. I nodi vengono al pettine, nelle quattro decisive settimane successive il 17 giugno. In quel giorno, le terze elezioni politiche in Grecia dacché Atene ha segnato per tutti i Paesi eurodeboli – Italia tra quelli – la fine dell’azzardo morale che hanno praticato per anni, sprecando i bassi tassi comuni sul debito pubblico e spingendo sull’acceleratore di spesa pubblica improduttiva. Se i greci dovessero essere coerenti ai sondaggi in cui all’80% dicono di voler restare nell’euro, consentirebbero una maggioranza a socialisti e conservatori che vogliono onorare gli impegni già presi con l’Europa, per continuare a vedersi staccare rate dei 280 miliardi di euro complessivi di aiuti. Ma è improbabile. Attualmente conservatori e PASOK sommati, nei sondaggi, fanno a malapena il 35% edi voti. Nel migliore dei casi, i greci metteranno dunque insieme un governo composito che chiede all’Europa lo stop ad altri tagli, ma continuando negli aiuti. La risposta verrà dall’eurovertice, pochi giorni dopo le elezioni.

Prima ancora di capire come Angela Merkel replicherà alle tante accuse che le verranno lanciate, ci arriveremo nel gonfiarsi dei marosi sulla tenuta di alcuni sistemi bancari. Avremo in quei giorni forse appreso che due importanti banche greche sono tecnicamente già fallite, perché la banca centrale greca ha intanto consentito loro di non presentare il bilancio 2011 nei termini obbligatori, per non influenzare il voto e per non arroventare ulteriormente la tempesta. Ciò aggraverà ulteriormente il bank run che attualmente è in atto in Grecia al ritmo di quasi due miliardi di euro a settimana. La Grecia pesa meno del 3% dell’euroarea, noi il 19%: è come se gli italiani ritirassero depositi al ritmo di più di 2 miliardi al giorno.

L’effetto contagio sarà sulle banche portoghesi, e Lisbona a sua volta impatta poco sull’euroarea. In Spagna, il, contagio c’è già, eccome. Guaio serissimo, perché la Spagna vale il 13% dell’europil. L’ondata dei downgrading bancari da parte delle agenzie di rating potrebbe e dovrebbe retrocedere quattro banche italiane al livello junk, cioè di non poter più emettere titoli transabili sul mercato, nel giro di pochi giorni dopo il voto greco.

Non è fantascienza. Tutti pensano alla politica e agli eurobonds. Ma se la Grecia il 17 giugno si avvia fuori dall’euro l’emergenza prima da fronteggiare sarà quella banco-finanziaria. Non vi è notizia di un piano di emergenza delle banche centrali dell’eurosistema, né a livello BCE né nazionalmente, a cominciare da casa nostra. A richiesta se se ne fosse parlato nel comitato rischi finanziari in cui Tesoro e Autorità di mercato siedono insieme, la risposta è negativa. Si spera sia una menzogna diplomatica. L’attuale capienza residua di EFSF ed ESM in funzione dal primo luglio dovrebbe essere convogliata tutta sulle banche, comprese quelle degli euroforti. Resterebbe poco o nulla per i governi. Il tempio di Giunone Moneta – ammonitrice – fu edificato sull’Arce capitolina dopo aver respinto i galli di Brenno, e la vicina zecca ne fece per i Latini la dea eponima del denaro. Che vi devo dire, se contuinua la comemdia del “noi italiani abbiamo già fatto i nostri compiti a casa e nulla abbiamo da temere”, speriamo Giunone Moneta ci dia una mano, anche questa volta, come allora con le oche del Campidoglio. Ma ne dubito, quella di oggi non è più la Roma della virtus repubblicana…

Fonte: http://www.chicago-blog.it/2012/05/30/la-spagna-e-saltata-litalia-dorme-lirresponsabilita-impera/

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