Madake Italian Network: la rivoluzione del bamboo made in Italy


Di Alberto Grieco.

Personalmente ho smesso di rimanere basito quando sento dire che “i materiali naturali non sono affidabili”, perché ho capito che c’è tutto l’interesse affinché questa credenza rimanga radicata. Un’architettura sostenibile, fatta con materiali naturali e locali, sarebbe uno scacco pesante all’attuale sistema delle costruzioni, fatto di cemento, cemento e ancora cemento, oltre che di massicce importazioni, con ricadute notevoli anche sul PIL: che nessuno si azzardi a toccarlo, pena la scomunica dei grandi esperti inesperti.

Però c’è chi, in mezzo a tutto ciò ha deciso di muoversi “in direzione ostinata e contraria”, perché crede davvero in una rivoluzione verde, in cui la sostenibilità non è solo slogan, ma chiave di volta di una rinascita culturale ed economica. Lui si chiama Thomas Allocca, e il suo progetto è ambiziosissimo: Madake Italian Network, una sfida e una scommessa fondata su un materiale eccezionale: il bambù gigante Phyllostachys Bambusoides, meglio noto in Giappone come Madake, una risorsa tra le più sostenibili in assoluto capace perfino di surclassare il legno, ma ad oggi incredibilmente sottovalutata in occidente.

La sfida è dunque creare una nuova imprenditoria ecosostenibile tutta italiana, fondata sulla cultura (e coltura) del bamboo. Come? Lo chiediamo direttamente a Thomas Allocca.

In che modo funziona il network, e come può fare un imprenditore per parteciparvi?
“L’idea della promozione di una filiera del Madake in Italia non è destinata ai soli imprenditori ma a chiunque abbia voglia di esserlo, dal semplice esperto che funge da consulente, al coltivatore che fornisce la materia prima, al produttore che trasforma, al venditore che crea il mercato. Non essendo un’organizzazione di fatto ma di principio, non volendo codificare e gestire gli interessi se non a ricaduta nazionale, il Network non prevede adesioni a pagamento, né quote sociali, né ogni altra forma di contributo, ogni aderente resta libero, con il solo impegno di mettere a disposizione del coordinamento sia i propri dati di ricerca e sperimentazione che le competenze e la materia prima per ogni attività che si andrà ad intraprendere nel nome di un mercato del bamboo made in Italy. Il Network dunque funge da coordinamento di liberi professionisti e imprenditori, cultori o semplici coltivatori, chiunque abbia un motivo e le competenze per entrare a far parte del network, registrare la propria disponibilità e attendere di essere coinvolti dalle attività di informazione scientifica e culturale a quelle di produzione. Neppure l’idea di un’associazione mi stava bene, perché era previsto un direttivo ed un presidente, e nella mia idea di “ricaduta nazionale” tutto deve essere sempre gestito con il placet di tutti o non se ne fa niente, e così non aveva senso neppure un direttivo di volontariato. Una sfida nella sfida, riuscire a dimostrare che più sono socializzate le scelte più è efficace lo scopo. Le disponibilità e gli aderenti al Madake Italian Network sono resi pubblici e gratuitamente su uno spazio web a mie spese. Nessuno ha pagato nulla, se non con la propria disponibilità. Ad oggi ho ottenuto la disponibilità potenziale di circa 20.000 mq di coltivazione di Madake su tutto il territorio nazionale, e la cosa interessante è che chiunque, anche con 100 mq, può già segnalarmi la sua disponibilità, e se ha intenzione di iniziare oggi, lo aiuteremo ad avere anche una sola pianta per cominciare. Con un regime di 1 canna ogni mq quando il boschetto è maturo, e già partendo dai 5 cm di spessore, bastano pochi conti per capire che 100 mq metterebbero a disposizione del Network almeno 100 canne l’anno, cioè non meno di 500 metri lineari di legno strutturale che in un bosco maturo diventano almeno il doppio. E questo solo per 100 mq, cioè ogni ettaro maturo (8-10 anni partendo da una piantina di 1 metro di altezza) produce non meno di 10mila canne con spessori strutturali dai 5 ai 10 cm per un totale non inferiore a 100 km lineari, e giunto a maturazione il regime è annuale”.

Come rispondi a chi ti dice “con questa fissa della sostenibilità torneremo all’età della pietra, il progresso non può essere sostenibile” e altre obiezioni classiche tratte dal Manuale del Nulla Può Cambiare?
“Il concetto di sostenibilità è un concetto nobile, pertanto chi lo negletta già dichiara la sua appartenenza ad una forma mentis chiusa, primitiva, autodistruttiva, non evolutiva. Non c’è nulla di sbagliato nel concetto di sostenibilità ma in come la modernità speculativa abbia tentato e tenti continuamente di abiurare ai suoi sani principi perché scomodi ai molti, fondati cioè sulla non-socializzazione dei danni dalle produzioni inquinanti, ovvero condannando ogni forma di dichiarato sviluppo come in realtà inviluppo se non garantisce sostenibilità a 360 gradi, dal trattamento della materia prima allo smaltimento finale del prodotto trasformato. Alla tua domanda dunque rispondo con un’altra domanda: chi formula tali accuse contro la sostenibilità, possiamo dire davvero abbia ben compreso il concetto? O meglio, possiamo fidarci di chi, avendone compreso bene il concetto, formula poi tali accuse? C’è chi arriva al fascino del bamboo per moda, chi per diletto, chi per scienza; io ci sono arrivato dopo dieci anni di giornalismo di sostenibilità dello sviluppo, di bioarchitettura e di ricerca sulle fonti rinnovabili, che non si dica che le mie affermazioni troppo ottimiste sulla sostenibilità siano di parte o con poca cognizione di causa. Lewis Mumford ha criticato la modernità e il troppo tecnicismo quando essa è a scapito dei principi fondanti della ricerca e dello sviluppo, cioè la ricaduta sociale e non personale dello sviluppo. Ebbene, quelli che accusano la sostenibilità come un danno apportato all’economia e allo sviluppo, sono quelli che come gli accusatori di Lewis Mumford, sono spaventati dal fatto che in un modo o nell’altro, per adeguarsi dovranno reinventare i propri processi produttivi, o aggiornare le proprie competenze, e non tutti sono disposti a tale nobile atteggiamento di vita, soprattutto quando comporta investimenti di capitali non previsti”.

Altra obiezione: “ma il bamboo non è adatto ai climi e ai suoli italiani, è roba che va bene in Giappone, ma non qui da noi”. È davvero cosi?
“Esistono circa duemila tipi di bambù oggi scoperti e creati in laboratorio attraverso le impollinazioni incrociate, circa 1500 specie, un centinaio di generi, tre fondamentali sistemi riproduttivi, ambientazioni climatiche dall’alpino al tropicale, e per quanto riguarda in modo specifico il Phyllostachys Bambusoides le sue caratteristiche migliori sono riprodotte ovviamente nelle condizioni ambientali originarie, ancora incerte se cinesi o giapponesi, e a quali latitudini, ma dall’esperienza di Madake e dalle informazioni che ricevo da ogni continente, l’Italia è ben adatta a piantagioni di bambù di questa specie. Io tra l’altro sto sperimentando un sistema di coltura che mi sta già dimostrando caratteristiche di crescita e meccaniche superiori alla media, per cui non vedo come l’Italia possa essere da meno alla produzione giapponese”.

Quali sono i maggiori ostacoli che hai incontrato (e che incontri) per portare avanti il Madake Italian Network?
“Nessun ostacolo è insormontabile, io sono sempre ottimista, e ciò che mi ostacola lo aggiro se proprio non posso scavalcarlo, ma non mi fermo”.

Credi che ci sia davvero la volontà nelle istituzioni di questo paese di abbracciare la rivoluzione della sostenibilità?
“No, perché più di ogni altro sono le istituzioni ad avere le conoscenze delle migliori strategie ed i mezzi per poterle attuare, e il loro silenzio o immobilismo non sono altro che uno di quegli ostacoli che vanno aggirati. Muri insormontabili, ma evitabili. Giusto per darne un esempio, se andate alla Coldiretti del Lazio, e chiedete un prestito per fare impresa agricola con piantagioni di bamboo, vi risponderanno che nemmeno sanno cosa sia il bamboo, non è inventariato, dunque non finanziabile. La volontà dunque c’è, ma di pochi che non possono da soli, mentre la maggioranza è ancora legata a vecchi modi di ragionare, di concepire, di partorire idee e sprechi. Forse qualche speranza si intravede nelle amministrazioni del nord, dove politecnici come quello di Venezia e Torino stanno dimostrando che il bamboo è una reale alternativa soprattutto come materiale da costruzione e per l’industria del design, ma anche lì vedo ancora molta fatica soprattutto perché gli esempi che si usano sono quelli con bamboo tropicali dei generi Guadua e Dendrocalamus, innovativi per la cultura europea ma non proponibili. Se l’Italia ha un futuro nel bamboo è nel Madake, ed ecco perché, da esperto di bambù, punto sul Madake ed ho creato il Madake Italian Network, un gruppo di coltivatori ed esperti, senza competizione territoriale ma maggiore sarà la produzione complessiva nazionale maggiore sarà la possibilità per tutti di immettere il prodotto sul mercato e rendere più produttiva la filiera, partecipandovi cioè anche con produzioni minime o inferiori ad altre di chi ha potuto investire di più”.

In sostanza, Thomas Allocca ci dice che più Madake ci sarà in giro più facilmente si venderà il proprio, e una volta attivata la filiera, si registrerà il marchio “Madake Italiano” che verrà assegnato alla produzione di ogni aderente, così da distinguerne la qualità da quello estero.

“Il Madake Italian Network ha dunque lo scopo di creare una nuova imprenditoria “verde” italiana, di alta qualità, competitiva a livello internazionale, basata su una delle risorse naturali più sostenibili al mondo, eppure ancora sottovalutate. Una rivoluzione senza armi né perdenti, fatta di soli vincitori, la rivoluzione del madake, l’inizio di una nuova era dell’economia italiana, l’Era del Bamboo made in Italy”.

Fonte: http://www.architetturaecosostenibile.it/materiali/bambu/madake-italian-network-bamboo-made-italy-752.html

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  1. #1 di www.slideshare.net il 11 giugno 2013 - 14:51

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