Guardando i fatti al rovescio


di Giovanni Carlini.

Premetto che osservare le cose da un punto di vista inusuale è la “maledizione” di cui soffro perché mi trovo spesso a pensarla in maniera diversa. Lo spunto proviene dalle parole dette al convegno della Confcommercio a Milano qualche giorno fa dove i concetti sono:

a)     molte attività hanno chiuso perché i consumi si sono ridotti;

b)    le tasse e l’IVA in particolare contraggono la propensione al consumo;

c)     i consumi sono tornati ai livelli del 1998 per cui abbiamo “perso” quasi 15 anni.

Nulla da dire su questa impostazione tranne che è incompleta. Lo è nella misura in cui i consumi sono solo la risultante di un modo di vivere e non un fenomeno a se stante, avulso dagli schemi culturali adottati. Infatti:

1)    se è vero che si consuma come si vive, il calo dei primi deriva da un malessere interiore;

2)    trasferendo il campo di analisi sugli schemi culturali, non possiamo che giungere alla conclusione che quelli adottati negli ultimi decenni sono sbagliati;

3)    andando più a fondo, va rammentato come fino agli anni Settanta, il nostro modo di vivere era ben descritto dal sociologo americano Parson per cui secondo cui tutto risponde a una regola di base. In sintesi se le persone rispettano le regole, s’integrano nella società. La stessa famiglia, per Parson è organizzata su un uomo che da spessore sociale alla coppia e una donna leader nel campo delle affettività, considerando complementare il tutto;

4)    arrivata la guerra del Vietnam ci si è accorti che la vita non è poi così organizzata e si è fatta strada una mentalità (Schutz, Luckmann, Goffaman e altri) per cui la realtà non è più oggettiva ma costituita da noi. Mi spiego meglio. Prima con Parson esisteva il mondo e le sue regole in cui integrarci. Adesso la tesi è opposta. Il mondo, le regole, i valori e quant’altro lo stabiliamo noi, per cui ci appropriamo della realtà che si modella a nostra immagine e dramma;

5)    con una “libertà” di questo tipo, entriamo definitivamente negli anni Ottanta fino alla globalizzazione (dove abbiamo creduto in un mondo unito dai consumi dimenticandoci gli assetti culturali) e all’euro (una buona idea applicata male perché orfana delle strutture politiche necessarie). Non solo. Intorno a queste superficialità, sono stati adottati dei non valori che rinunciano al confronto tra culture nel nome di un’integrazione acritica;

6)    c’è un altro aspetto. L’eccezionale accesso al consumo è stato confuso con pari quote di libertà, ovvero abbiamo scambiato il benessere da consumo con la facoltà di pensare e fare quello che vogliamo. Che i due concetti non siano affatto sinonimi lo dimostra un foruncolo della globalizzazione come la Cina che da colonia produttiva per l’Occidente tenta ora d’imporre le sue leggi al mercato pur restando una dittatura. Questo aspetto, oltre a dichiararne un’indubbia fragilità strutturale (da cui l’attesa per il prossimo collasso sociale) spiega bene come un governo che viola la libertà individuale spinga lo stesso sui consumi;

7)    mettendo insieme questi aspetti, emerge una lettura rovesciata rispetto agli altri. Infatti ciò che ogni analista chiama crisi, in realtà è solo il rientro da una sbornia di cretinate che dura da un paio di decenni.

8)    Passeggiando per la città guardo le persone analizzandone comportamenti e stili d’abbigliamento. Ebbene non posso che chiedermi se sia sempre carnevale! Abbiamo un numero di pagliacci a spasso (complesso d’artista) che esprime la povertà più profonda di un esercito di gente in grado di dire soltanto: non hai alcun permesso per giudicarmi, chi sei tu, che cosa vuoi, sono libero di fare e dire quello che mi pare.

Da ogni passaggio qui sintetizzato (scrivendo un libro per singolo punto) emerge che abbiamo sbagliato e non siamo affatto in crisi, ma stiamo “ritornando alla base”.
Ciononostante manca il lavoro, a cui abbiamo rinunciato, credendo nella globalizzazione.
A questo punto non possiamo far altro che ridurre gli errori. Vanno discriminati, ad esempio, gli acquisti del “made in China” per tornare alla qualità dei nostri prodotti a patto che abbiano prezzi accessibili. Questo perché è sciocco lamentarsi del calo dei consumi quando non si tutelano i posti di lavoro. Necessita un ritorno alla dignità di produrre per questo mercato con prezzi diversi per classi di qualità. Infatti le pubblicità non dovrebbero più limitarsi al “compra italiano” ma ricordare l’importanza d’essere liberi dai ricatti dei paesi emergenti in pieno delirio per dazi applicati e assenza di regole comuni.
Forse è il caso di tornare ad essere italiani prima che europei.

http://www.giovannicarlini.com/

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