“Nuovi sensi del lavoro cercasi”


di Paolo Bartolini*

Massimo Fini ha recentemente pubblicato un interessante articolo sul tema del diritto al lavoro [1]. Com’era prevedibile lo scritto è stato molto apprezzato in Rete. Perché io, invece, ho avuto un immediato senso di fastidio nel leggere queste righe? Eppure il discorso fila e ci sono anche i colti rimandi a Nietzsche, che fanno sempre bene per risvegliare lo spirito critico.

Altrettanto calzanti i riferimenti alle culture pre-industriali che davano priorità al tempo presente, senza cedere completamente alle sirene dell’accumulazione capitalistica e della sua efficiente divisione del lavoro. Non meno condivisibile l’invito ad usare per fini umani gli enormi sviluppi della tecnologia, abolendo gradualmente la nostra schiavitù dal lavoro salariato. Allora perché mi è rimasta addosso un’impressione così spiacevole?

Forse in quanto Fini approfitta di queste breve considerazioni per screditare, nemmeno tanto velatamente, la Costituzione Italiana? O perché, senza farlo apposta, continua ad assumere posture da superuomo fuori tempo massimo? No, il motivo di fondo è un altro e riguarda il suo rapporto unillaterale con la modernità.

Quest’ultima ha liberato energie immani, svincolando i singoli individui da forme di appartenenza comunitaria che erano obbligate e vincolanti. Questo processo di reale emancipazione, purtroppo, ha coinciso con la diffusione planetaria del rapporto di produzione capitalistico, isolando gli esseri umani gli uni dagli altri e generando l’individualismo consumistico che ben conosciamo. Tuttavia mi pare un errore tremendo quello di chi contrappone, per principio, la modernità alla liberazione dell’uomo dal giogo del produttivismo e del mercato.

La stessa idea di lavoro di Marx è ben diversa da come la lascia intendere Fini. Per il filosofo di Treviri il lavoro, come processo controllato e consapevole di trasformazione della natura, sta a testimoniare la possibilità per ciascuno di noi di soddisfare i propri bisogni riconoscendosi parte della totalità sociale; difatti l’individuo esprime pienamente se stesso solo riconoscendo il suo costitutivo essere-con-gli altri. Lavorare, dunque, non è alienarsi bensì partecipare alla vita transpersonale della comunità, un’autentica comunità di liberi individui (cosa impensabile nelle realtà premoderne).

Mi pare, quindi, che continuare ad attaccare la modernità e i suoi lasciti più nobili – tra cui annovero volentieri la nostra Costituzione – significhi solo buttare il bambino con l’acqua sporca, minando l’unica via realistica di trasformazione dell’esistente, quella che passa per gli individui concreti, per le loro biografie, per il loro modo di intendere il lavoro e la dignità che esso conferisce alla nostra vita.

Direi, piuttosto, che dare un nuovo senso al lavoro è ciò che ci serve urgentemente.

Dobbiamo infatti stare molto attenti ai proclami di chi attacca il lavoro come male in sé. In fondo il medesimo attacco (ma di segno opposto) è stato sferrato, negli ultimi quarant’anni, dal capitalismo stesso che, svilendo l’etica del sacrificio e dell’impegno, ha spalancato le porte all’ansia del consumo e della dismisura, creando individui sempre più egoisti e omologati.

Tutto questo ci porta all’unica domanda che conta: quale concetto di lavoro può essere all’altezza della Transizione che stiamo attraversando? Non potendo tornare indietro, pena la perdita di alcune conquiste essenziali della modernità ormai entrate a far parte della nostra psiche collettiva, come possiamo rilanciare il sacrosanto “lavorare tutti, lavorare meno!” e adattarlo alle esigenze della società attuale e degli individui che la compongono?

* Membro dell’Ufficio Centrale di Alternativa – Alternativa Marche

Note:

[1] http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/8466-il-diritto-al-lavoro-non-esiste.html

Fonte: http://www.megachip.info/tematiche/fondata-sul-lavoro/8469-qnuovi-sensi-del-lavoro-cercasiq.html

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