Quinto potere


Le agenzie condizionano scientemente non solo i mercati, ma anche la vita politica dei Paesi. Nel caso dell’Italia, S&P’s ha pubblicato i suoi report con precisione millimetrica prima di eventi di grande significato politico. Il vero obiettivo? Spostare liquidità dall’area Euro all’area dollaro, allo scopo di sostenere il debito pubblico americano

Di Paolo Gila.

Si usa denominare quarto potere la capacità dei mass media di influenzare le opinioni e le scelte dell’elettorato. È questo un uso metaforico del termine potere, ispirato alla teoria giuridica della separazione dei poteri fondamentali (legislativo, giudiziario, esecutivo) dello Stato. Con la crisi economica le agenzie di rating sembrano essersi rivelate una sorta di “quinto potere”.

Accuse pesantissime quelle formulate dai pm di Trani nei confronti di Standard & Poor’s. Secondo la ricostruzione dei magistrati, tra Maggio 2011 e Gennaio 2012 l’agenzia di rating americana avrebbe intenzionalmente “manipolato i mercati azionari causando all’Italia un danno patrimoniale ingente”.
Perché l’inchiesta di Trani è così importante e cosa sta trasferendo di nuovo all’opinione pubblica? L’abbiamo chiesto a Paolo Gila, coautore con Mario Miscali, de “I signori del rating” (Bollati Boringhieri).

“Ciò che sorprende nell’inchiesta di Trani è intanto la compilazione di una documentazione molto robusta, sono 4500 pagine fitte di trascrizioni, dichiarazioni che derivano da intercettazioni telefoniche e da controlli di posta elettronica, dunque non ci sarebbero solo indizi, ma anche prove consistenti.
Esemplare in questo senso è il dialogo telefonico tra alti dirigenti dell’agenzia Standard & Poor’s tra New York e Milano, protagonisti l’allora Presidente dell’agenzia Deven Sharma e Maria Pierdicchi, amministratore delegato di Standard & Poor’s in Italia. Il brogliaccio è imponente, c’è davvero molta carne al fuoco, il PM del Tribunale di Trani chiede di procedere per manipolazione del mercato pluriaggravata e continuata. Adusbef e Federconsumatori, autori e firmatari dell’esposto alla magistratura per i 4 report pubblicati da Standard & Poor’s dal maggio 2011 al gennaio 2012, avevano chiesto addirittura di esplorare l’ipotesi di grave attentato all’integrità dello Stato. Al centro della vicenda non c’è solo il giudizio tecnico da parte dell’agenzia alla contabilità dello Stato italiano, ma anche precise critiche alla politica, al governo Berlusconi prima, nell’agosto 2011 e poi a quello di Mario Monti nel gennaio 2012.

Ripercorriamo brevemente le tappe: nell’agosto 2012 Standard & Poor’s declassa il debito Usa che perde la tripla A. Alcuni fondi di investimento tra cui i pensionati dell’Ontario e altri hanno fatto pressione sul Presidente Obama, tanto che il 23 agosto il Presidente di Standard & Poor’s Deven Sharma è stato costretto a rassegnare le dimissioni. Solo pochi giorni prima l’agenzia aveva espresso un duro giudizio sulla manovra finanziaria varata da Tremonti.
L’ex Ministro delle Finanze del governo Berlusconi in una testimonianza che è stata depositata a Trani e che è negli atti, aveva sottolineato che il giudizio negativo di Standard & Poor’s è stato pubblicato e diramato prima che il documento economico – finanziario con l’intero programma fosse licenziato dal Consiglio dei Ministri. Una tempistica notevole non c’è che dire. La stessa bomba a orologeria è stata fatta scoppiare venerdì 13 gennaio quando Standard & Poor’s ha declassato l’Italia a tripla B+, paragonandola quindi al Kazakistan, con tutto il rispetto per entrambi i Paesi. Domenica 15 gennaio il Primo Ministro Mario Monti si è recato a Londra per incontrare il Primo Ministro Cameron e proseguire i contatti con la comunità finanziaria. Il giorno seguente, lunedì 16 gennaio, con quel giudizio pesante Mario Monti si è presentato umiliato come un pollo spennato davanti ai business man della City per chiedere di sostenere l’Italia sulla via del risanamento del nuovo governo tecnico. Sia nel caso di Tremonti, sia nel caso di Monti i report di Standard & Poor’s sono stati pubblicati con una precisione millimetrica prima o durante eventi di un grandissimo significato politico, fatti e considerazioni, questi, che puntellano la cospicua documentazione e che dipingono lo scenario storico entro il quale si può comprendere la politica e la strategia di azione delle agenzie, in questo caso di Standard & Poor’s.

C’è da chiedersi: è un ruolo puramente tecnico o è una prova di dirigismo finanziario? Non è fantascienza o fantapolitica, le agenzie di rating spesso condizionano le scelte e gli andamenti politici dei governi: è successo in Australia alla fine degli anni ’80, in Corea agli inizi degli anni ’90 e in Canada nella seconda metà degli anni ’90. E poi ancora nel 2003 quando la Germania si è rifiutata di partecipare alle operazioni Nato in Afghanistan, le agenzie ne declassarono il debito. E’ una strana coincidenza anche questa, o no?”

Quanto dunque la crisi è in qualche modo indotta o pilotata dalle agenzie di rating?

“Questa è la domanda di fronte alla quale ci si deve porre e alla quale si deve trovare risposta. Se quest’ultima non giungerà dalla magistratura, che ci auguriamo possa procedere con tutti i passi dovuti, dovremo almeno tentare di darla noi come cittadini.

E’ ovvio che la capacità che hanno le agenzie di influenzare i mercati con giudizi più o meno veritieri, ha degli effetti scatenanti e quindi reazioni sia in ambito istituzionale, sia in ambito finanziario. Il risultato è che alcune forze politiche come i partiti o alcune forse sociali come i sindacati, possono perdere o guadagnare posizione, quindi si influenzano gli andamenti della vita politica dei paesi.
Non solo: i fondi di investimento, i grandi investitori, gli hedge funds hanno la possibilità, se seguono le notizie in anteprima delle agenzie di rating (ipotesi, questa, documentata nelle carte dell’inchiesta di Trani, secondo cui ci sono delle informazioni che scorrono lungo fili sottocutanei che consentono di sapere in anticipo alcune mosse) di realizzare cospicui guadagni sia al ribasso, sia al rialzo.

Quindi le agenzie di rating hanno la capacità di influenzare sia l’andamento dei mercati, sia l’andamento della vita politica. Esse detengono all’interno del mercato un peso sistemico in grado di promuovere o deprimere intere aree economiche, la loro è una virtù o un vizio molto capillare, perché ogni anno emettono oltre 2,5 milioni di giudizi. E’ un mercato ricchissimo dal punto di vista dei fatturati e dei profitti ed è ovvio che queste agenzie, e segnatamente le tre più grandi che detengono il 98% del mercato, non vogliano perdere questa posizione di privilegio. Quindi la risposta alla domanda è: sì, occorre aguzzare l’ingegno, drizzare le orecchie per capire come procedono questi giudizi nel condizionamento dei mercati e della vita istituzionale.”

Obama ammonisce l’Europa, affermando che la crisi dell’Eurozona pesa fortemente sugli Usa. Possono inquadrarsi in questo contesto i recenti declassamenti di banche ed enti europei ed italiani? Di fatto, la maggioranza delle agenzie di rating è a guida americana…

“Abbiamo di fronte due fatti di cronaca esemplari. Quando, il 2 agosto, è stato approvato dal Congresso americano l’innalzamento del debito da 14 mila a 16 mila miliardi di dollari, le borse hanno reagito in maniera quasi scontata, ma quando l’11 novembre il tetto del debito di 15 mila miliardi di dollari è stato superato, Wall Street ha cominciato a perdere terreno. Da agosto a novembre sono passati neanche 3 mesi, nell’arco di 3 mesi il debito era già cresciuto di oltre mille miliardi e a quel livello pareggiava il Pil, nel mese di novembre il rapporto debito – Pil negli Stati Uniti per la prima volta ha superato il 100%. Wall Street di fronte questa notizia ha reagito molto male, ma la comunità finanziaria, d’accordo con la macchina diplomatica statunitense, ha puntato l’attenzione sul debito delle banche e dei paesi europei, dicendo che Wall Street perdeva terreno perché molte banche americane erano esposte non solo sul debito pubblico americano che era cresciuto, ma anche sul debito pubblico europeo. Dunque la giornata di borsa dell’11 novembre 2011 si è conclusa con una campagna stampa e di riflessione giornalistica che sottolineava: ‘Wall Street arretra per la difficoltà dell’Euro’.

Questo è il livello di condizionamento a cui si è giunti: non è un rapporto di causa e effetto, ma ci muoviamo all’interno di un arcipelago di istituzioni, di un soft power che lavora e gioca sul rimando di riflessioni, dichiarazioni e pubblicazioni.
Ciò che sorprende è che il malato, ovvero il debito pubblico americano, non è più malato se esiste un termometro che cambia il livello di misurazione della febbre, in questo caso il livello del debito. Tutto ciò che da allora, da novembre ad oggi, si è registrato è proprio una mossa concatenata perché si sposti la liquidità dall’area Euro all’area dollaro, allo scopo di sostenere il debito pubblico americano e consentire all’America di collocare i treasury bond anche presso i partner commerciali come la Cina che trovano garanzie in un sistema dove i titoli di Stato, in questo caso i treasury bond americani, sono richiesti.

Quindi dobbiamo pensare che esiste una vera e propria campagna di opinione per spostare l’attenzione dall’area Euro all’area dollaro. Questo è quello che possono fare gli americani, mentre noi europei ci mettiamo del nostro per peggiorare la situazione con tutte le vicende a cui stiamo assistendo in questi giorni.

Fonte: http://www.cadoinpiedi.it/2012/07/04/quinto_potere.html#anchor

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