LA VERSAILLES DI BERLINO


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di Massimo Riva.

È la terza o quarta volta in poco meno di un secolo che l’Europa è costretta a riproporsi il medesimo e minaccioso interrogativo: che fare con la Germania? Le prime due volte furono commessi errori politici letali che aprirono la porta a tragedie immani. Anche oggi appare particolarmente elevato il pericolo che il vecchio continente imbocchi un sentiero gravido di rischi fatali con conseguenze magari meno cruente ma non per questo anche meno drammatiche.

IL TRATTATO DI VERSAILLES
La prima volta che l’Europa affrontò (insieme agli Stati Uniti) il tema Germania fu nel 1919 a Versailles. I vincitori del primo grande conflitto mondiale non seppero essere clementi e ancor meno lungi-miranti nei confronti degli sconfitti. All’ex-impero prussiano furono imposte, a titolo di riparazioni di guerra, sanzioni economiche di una pesantezza insostenibile. Qualcuno tentò di far ragionare i leader del resto d’Europa sulle conseguenze esplosive di questa loro scelta. Primo fra tutti quel lucido cervello di John Maynard Keynes che marcò il suo dissenso radicale rassegnando le dimissioni dalla delegazione inglese a quei negoziati di pace. La sua tesi, poi esposta in un celebre libro, era che la Germania, schiacciata sotto il carico di una punizione così esosa, sarebbe diventata ingovernabile riaprendo quel problema tedesco che il trattato di Versailles voleva chiudere.

IL NAZISMO
Mai profezia fu così azzeccata. Le conseguenze economiche delle miopi scelte euro-americane travolsero rapidamente l’esperimento democratico della Repubblica di Weimar e scatenarono fra i tedeschi un’onda prepotente di revanscismo nazionalistico che portò Adolf Hitler al potere. Di fronte alle sue aggressive rivendicazioni di uno “spazio vitale” sempre maggiore per il nuovo Reich tedesco, l’Europa si ritrovò dinanzi al duro interrogativo sul che fare con la Germania. E di nuovo soprattutto i governi di Londra e Parigi diedero la risposta sbagliata. Anziché bloccare ai primi suoi passi la marea montante del nazismo, si acconciarono a blandirne le pretese con lo sciagurato Patto di Monaco del 1938. Il cui effetto fu quello di spalancare la strada alla catastrofe della seconda guerra mondiale. Al termine delle rovine umane e materiali di quel conflitto qualcuno negli Usa pensò ancora di riproporre lo schema Versailles in versione più ardita. Per fortuna, al posto del Piano Morgenthau (che voleva una Germania dedita soltanto all’agricoltura e alla pastorizia) dagli Stati Uniti arrivò il Piano Marshall. Progetto che consentì a tutta l’Europa (Germania occidentale compresa) di avviare quella rapida rinascita economica che dischiuse al vecchio continente una lunga era di crescente prosperità nel silenzio delle armi. Al punto da consentire agli Stati europei di mettere in cantiere un pur complesso progetto di unione economica e politica che – dopo la sospirata riunificazione delle due Germanie – ha raggiunto un primo obiettivo tangibile con il varo di una moneta unica cui oggi aderiscono ben diciassette Paesi.

VERSAILLES ALLA ROVESCIA
Morto e sepolto dunque il funesto spirito di Versailles? Al contrario, purtroppo. Le tensioni che si sono aperte sui mercati finanziari attorno all’euro stanno riproponendo in termini sempre più visibili il ritorno a un’Europa dei vinti e dei vincitori nella quale la lezione degli errori del passato sembra non aver lasciato traccia. Ma con una novità sconvolgente che rovescia le posizioni tradizionali: stavolta il coltello delle sanzioni è passato dalle mani europee a quelle tedesche. E’ Berlino che detta agli altri Paesi una sorta di “lex germanica” fondata sugli straordinari favori che la moneta unica ha regalato all’economia tedesca. Oggi quest’ultima può permettersi una politica commerciale aggressiva in forza di due fattori. Da un lato, gode di un cambio marcatamente sottovalu-tato a causa delle debolezze degli altri soci dell’euro. Dall’altro lato, si avvantaggia di un costo del denaro reso irrisorio dagli attacchi dei mercenari della speculazione contro i Paesi più fragili dell’eurozona. Una visione alta delle proprie responsabilità in Europa dovrebbe condurre il governo tedesco a compensare questi privilegi con una significativa espansione della domanda interna. Ma, come a Monaco nel 1938, nessuno finora ha trovato il coraggio di avanzare con forza questa richiesta e perciò così non accade: Berlino vuole che siano gli altri paesi in difficoltà a caricarsi il peso integrale dell’aggiustamento degli squilibri. In una sorta di Versailles alla rovescia è la Germania stavolta ad imporre “riparazioni” di un’onerosità inaudita che hanno già messo in ginocchio la Grecia, rischiano di farlo domani con la Spagna e – gli dei non vogliano – dopodomani con l’Italia. Con conseguenze che – senza bisogno di scomodare di nuovo Keynes – fanno razionalmente temere allarmanti instabilità socio-economiche e poi politiche nei Paesi soggetti a questa terapia unilaterale: sul modello, appunto, di quanto accadde alla stessa Germania negli anni Venti e Trenta del Novecento.

LA CONTINUAZIONE DELLA GUERRA
Da un vertice europeo all’altro, con l’intermezzo di una Corte costituzionale tedesca assurta a giudice supremo dell’Europa, si sta scivolando in una situazione nella quale la politica dettata da Berlino – ribaltando Von Clausewitz – assomiglia ogni giorno di più alla continuazione di una guerra con altri mezzi. Scriveva Marx che, quando si ripetono, le tragedie della storia diventano farse. Sarà vero per gli storici, ma per chi la vive una tragedia resta una tragedia. Se non vogliono replicare l’imbelle recita dei Daladier e dei Chamberlain a Monaco, sta ai leader del resto d’Europa impedire che la Germania, una volta di più, faccia del male a se stessa e agli altri.

Fonte:http://giacomosalerno.wordpress.com/2012/08/18/la-germania-da-versailles-ad-oggi/

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