Sulla natura dell’Euro


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Di Lo Ierofante.

«I governi diventano liberali solo quando vi sono costretti dai cittadini»
Ludwig von Mises

«La democrazia estende la sfera della libertà individuale, il socialismo la restringe. La democrazia attribuisce il massimo valore ad ogni singolo uomo, il socialismo fa di ogni singolo uomo solo una comparsa, soltanto un numero. La democrazia e il socialismo non hanno in comune niente altro che una parola: eguaglianza. Ma si noti la differenza: mentre la democrazia cerca l’eguaglianza nella libertà, il socialismo cerca l’eguaglianza nella restrizione e nella servitù»[1].

Queste parole pronunciate nel 1848 da A. de Tocqueville ci ricordano che il fulcro della democrazia risiede nella libertà che viene concessa ad ogni singolo essere umano di autodeterminarsi come meglio crede nel rispetto della vita e della proprietà altrui, e che il socialismo, in quanto coercizione metodica, particolareggiata, ed istituzionale della predisposizione umana di operare liberamente e creativamente, finisce per porsi in esatta opposizione a questo precetto morale.

Tuttavia, nel corso tempo il pensiero socialista è riuscito a corrompere nel comune sentire il legame intercorrente tra democrazia e libertà inserendosi all’interno di esso e alterandolo mediante il progressivo successo di un suo prodotto derivato, vale a dire di quella forma di Stato denominata Stato sociale. Elemento distintivo dello Stato sociale è l’azione politica finalizzata ad assicurare l’ eguaglianza sostanziale fra tutti i cittadini; eguaglianza sostanziale da raggiungere attraverso un assiduo intervento statale nel sistema economico. Esso, dunque, sembrerebbe porsi (ad una prima analisi superficiale) come integratore necessario al corretto funzionamento dello Stato di diritto, ma in realtà, come Friedrich A. von Hayek ci ricorda,

«una richiesta di eguaglianza di posizione materiale può essere soddisfatta solo da un governo con poteri totalitari».

Da ciò si evince che Stato sociale e socialismo differiscono soltanto per grado e non per sostanza dato che per entrambi l’azione politica deve necessariamente tendere, seppur con modalità ed energie diverse, verso la pianificazione centrale del processo spontaneo e complesso di cooperazione umana e di allocazione delle risorse che si innesca all’interno della società. Il perseguimento dell’obiettivo dell’interesse generale è poi la giustificazione ideologica da fornire alla Comunità dei cittadini per far passare nel modo più accogliente possibile lo sviluppo di questa azione, comprese le sue manifestazioni più controverse.

Tale pianificazione, interferendo regolarmente con il processo di formazione, trasmissione ed aggiustamento della conoscenza finisce per concepire sistematicamente, e più o meno inconsapevolmente, esiti incresciosi caratterizzati da seriali inefficienze, vessazioni, conflitti, e privilegi.

Questi esiti saranno tanto incresciosi quanto più sarà intensa l’attività di pianificazione centrale; da un punto di vista economico si produrrà inevitabilmente una falsificazione della struttura produttiva destinata prima o poi a ripercuotersi negativamente sul percorso naturale di generazione della ricchezza; da un punto di vista più espressamente sociologico si renderà sensibilmente complicato per i cittadini l’identificazione e l’analisi dei vari risultati deplorevoli prodotti dalla pianificazione.

Veniamo all’Euro

In un precedente articolo ho asserito che «L’introduzione della moneta unica europea è stata una ottima idea, ma la sua implementazione è stata del tutto disprezzabile». Questa affermazione ora non la ritengo del tutto corretta. Non soltanto l’implementazione, ma anche l’idea è infatti da ritenersi disprezzabile.

L’Euro è lo specchietto per allodole tramite il quale distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica sul reale processo che i pianificatori facenti capo alla nomenklatura autoreferenziale di Bruxelles vogliono portare a completamento, vale a dire la creazione di un unico e grande Stato sociale europeo centralizzato (chi leggesse interamente quel documento che porta il nome di Trattato di Lisbona potrebbe facilmente individuare i fondamenti del suddetto processo di pianificazione centrale. La sola costanza con cui si ripete la locuzione interesse generale o comune dovrebbe far alquanto riflettere).

La realizzazione integrale di questa visione comporterebbe una contrazione significativa di ogni forma di concorrenza interna (inclusa quella politica), l’armonizzazione di tutti i regimi fiscali e regolamentari tendenzialmente verso l’alto, e la seguente lottizzazione del Potere: l’assetto istituzionale dell’Unione europea (diretto da Commissione e Banca Centrale europea) amministrerebbe il tutto nel solco della tradizione interventista più marcata, mentre i politici nazionali sarebbero chiamati ad eseguire il ruolo dell’araldo del sistema. Quest’ultimi, in tal modo, consegnerebbero quote di sovranità e spazi di libertà individuali dei cittadini (che potrebbero essere sempre più considerevoli) al solo fine di vedersi sostanzialmente assicurata la perpetrazione del loro corredo di interessi e di prebende.

Parole come austerity rimarrebbero in circolazione, ma come oggi continuerebbero a scaricare la quasi totalità dei loro effetti soltanto sulle persone che si trovano al di fuori da qualsiasi logica clientelare di potere.

Attraverso questa opera di centralizzazione, l’Unione europea, i suoi burocrati, i suoi banchieri, e i suoi politici devoti, riusciranno a dissimulare a milioni di cittadini europei le conseguenze nefaste della loro azione politica più di quanto già al momento non riescano.

La valuta unica, che è bene ricordarlo è una valuta fiat, è il mezzo imprescindibile con cui cercare di portare a compimento questo processo. La maniera con cui l’Euro porta l’acqua al mulino dei pianificatori centrali europei è stata descritta in modo esemplare da Philipp Bagus nel suo libro intitolato La Tragedia dell’Euro.

L’impostazione sia concettuale sia pragmatica con cui è stato costruito L’Euro ha agevolato la nascita e l’ espansione di una serie di problematiche che servono, e che molto probabilmente serviranno ancor di più in futuro, come scusante per tentare di concretizzare interamente il progetto del Super-Stato europeo centralizzato.

Nel corso degli anni ’90 molti Paesi europei avevano una situazione di finanza pubblica prossima alla soglia della bancarotta, e senza l’avvento dell’Euro non avrebbero potuto in alcun modo proseguire sulla strada dell’indebitamento. La valuta unica è servita ad alcuni Stati membri dell’Eurozona per poter accumulare ulteriori dosi di sovraindebitamento mediante l’utilizzo indiretto della nuova stampante monetaria fornita dalla BCE.

Tuttavia, in tal maniera, gli scompensi già presenti fra i vari Paesi dell’Unione prima dell’introduzione dell’Euro sono potuti incrementare in breve tempo, conducendo, in altrettanto breve tempo, all’odierna crisi dei debiti sovrani. Tale crisi, oggi, non riguarda però solamente i cosiddetti Paesi periferici, ma più o meno tutti gli Stati membri.

Gli iniziali benefici effimeri dovuti all’attività inflattiva del binomio Euro-BCE [che per i Paesi ad alta inflazione fra cui l’Italia (sarebbe meglio dire: per le classi dirigenti ed alcuni gruppi di interessi dei Paesi ad alta inflazione) consistevano nell’aver eliminato la Deutsche Bundesbank ed il Marco tedesco come termine di paragone per le conseguenze più profonde e negative delle loro frequenti svalutazioni competitive, mentre per la Germania (sarebbe meglio dire: per le classi dirigenti ed alcuni gruppi di interesse tedeschi) consistevano nel veder accrescere la misura delle proprie esportazioni più di quanto si potesse fare con un continuo apprezzamento del Marco] si sono a poco a poco affievoliti e hanno, da un certo periodo a questa parte, incominciato pienamente ed apertamente a rivoltarsi contro.

Attualmente, i Paesi periferici non sembrano essere in grado di implementare le riforme necessarie per uscire dallo stato di crisi conseguente allo sviluppo dell’indebitamento, di settori pubblici obsoleti ed eccessivi, di deficit delle partite correnti, di alterazioni dei consumi (considerazioni a parte meriterebbe il peculiare caso irlandese). La cosiddetta austerità in questi luoghi si è tradotta infatti in un aumento indiscriminato della pressione fiscale, in tagli (più o meno limitati) che sono andati scarsamente ad incidere su rendite e posizioni parassitarie, e in esigue deregolamentazioni.

La Germania, d’altro canto, dopo aver sostenuto i deficit delle partite correnti e il boom dei consumi dei Paesi periferici, si trova ora a dover subire gli effetti dell’inflazione importata da quegli stessi Paesi, e a dover sostenere il peso dell’intera Unione, in quanto anche per Lei, come per gli altri Stati membri, una eventuale disintegrazione dell’Eurozona non avrebbe certamente conseguenze indolori.

Questo doppio filo innescato dal binomio Euro-BCE ha favorito un travaso di gran parte dell’effettivo potere decisionale dalla politica nazionale alla nomenklatura di Bruxelles, la quale, ben sapendo che una dipartita della valuta unica non sarebbe innocua per nessuna delle parti in causa, può facilmente imporsi come mediatore di ultima istanza e contemporaneamente portare avanti il progetto del Super-Stato centralizzato.

Si potrebbe obiettare che la realizzazione del progetto di Super-Stato centralizzato assicurerebbe quantomeno comportamenti monetari responsabili e disciplinati. Ma se la BCE ha (notevolmente) inflazionato in passato, assecondando così la nascita e l’espansione di varie problematiche, per quale motivo non potrebbe farlo anche in futuro? L’Euro rimane pur sempre una valuta fiat con tutto ciò che ne concerne, e la Banca Centrale Europea, pur inglobando il prestigio del parsimonioso modello monetario tedesco, possiede nella sostanza assai poco di tedesco. Gli Stati membri potranno sempre avvalersi della stampante monetaria della BCE per poter finanziare i propri deficit e qualora la visione dei pianificatori centrali europei si realizzasse a pieno i casus belli per poter di volta in volta inflazionare l’intero sistema non verrebbero di certo a mancare.

Inoltre, e cosa più importante, se la pianificazione centrale si rileva essere un tragico errore a livello dei singoli Stati nazionali, per quale motivo non dovrebbe esserlo anche a livello continentale? Anzi, nel secondo caso, vi sarebbe sicuramente un’aggravante in più per i cittadini, dal momento che essi avrebbero ancor meno voce in capitolo, visto la pressoché totale impossibilità di interagire con quanto viene deciso dalla nomenklatura di Bruxelles. Le vicende collegate alla nascita, all’ elaborazione, ed alla ratifica del Trattato di Lisbona dovrebbero, a tal proposito, spalancare gli occhi.

In conclusione

Come scrive lo stesso Philipp Bagus:

«L’onestà intellettuale ci richiede di ammettere che ci sono costi importanti da associare a un abbandono dell’euro, come i problemi legali o lo scorporo della BCE. Tuttavia questi costi possono essere mitigati da riforme e da una gestione intelligente delle circostanze. Alcuni di questi presunti costi, come ad esempio i costi politici o il libero flusso di capitali, sono in realtà benefici da punto di vista della libertà. In realtà, alcuni costi potrebbero essere visti come un’opportunità: ad esempio una crisi bancaria utilizzata per riformare il sistema finanziario e porlo finalmente su basi solide».

Nondimeno, la fine dell’Euro non significherebbe affatto la fine del sogno di avere un’Europa unita, ma soltanto la fine di questo progetto di Eurozona, il progetto dei pianificatori centrali. Un’Europa unita, diversa, costruita su basi più liberali, è comunque possibile. In tal senso, Essa (a mio parere) dovrebbe essere plasmata sulla scia di queste parole del teologo e gesuita americano John Courtney Murray:

«L’ordine non dovrebbe fiorire dall’alto al basso, ma dovrebbe fiorire spontaneamente dalla libera obbedienza alle restrizioni e agli imperativi che discendono da principi morali intimamente posseduti».

Gerardo Gaita

[1] A. de Tocqueville, Discours prononcè à l’Assemblee constituante le 12 septembre 1848 sur la question du droit au travail, in Id., Oeuvres complètes d’Alexis de Tocqueville, 1866, vol. IX, p. 546; trad. it. Id., Scritti politici, a cura di N. Matteucci, UTET, Torino 1969, vol.1, p. 2891.

Fonte: http://www.rischiocalcolato.it/2012/08/sulla-natura-delleuro.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blogspot%2FHAzvd+%28Rischio+Calcolato%29

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