Se non puoi parlare del presente passa al futuro


di Giovanni Carlini,
da Charlotte (North Carolina).

 Seguo in prima persona la politica statunitense dai tempi di John Fitzgerald Kennedy, un presidente  espresso dal partito democratico, nei primi anni Sessanta. Ricordo con viva partecipazione anche il fratello, Robert che stava per diventare anch’egli presidente ma fu ucciso da un palestinese e infine non posso dimenticare le gesta mitiche e l’entusiasmo di Martin Luther King.

Non solo ma ho molto apprezzato, a suo tempo, il silenzioso lavoro di costruzione di una grande società (great society) integrata con i neri, svolto da Lyndon Baines Johnson, che purtroppo resta ancora appannato, nel giudizio storico, dalla crisi e successiva guerra del Vietnam.

Si tratta di nomi sacri, scolpiti nella storia recente del partito democratico americano. Però, con immenso rispetto guardo e studio con passione l’impegno di un alto presidente democratico: Franklin Delano Roosevelt. Considerato dalla storiografia prevalente come il padre della Patria, ancor oggi debbo “litigare” con qualche ignorante cittadino statunitense, che nella sua ottusa visione politica, non comprende il valore del senso storico impresso da Roosevelt a tutto il mondo occidentale (la presenza attiva dello Stato nella vita civile del cittadino)

Di quanto detto (e non è poco) è tutto ciò che personalmente apprezzo dal partito democratico negli Usa. Oltre queste esperienze, il resto delle gesta e uomini del partito democratico, l’ho vissuto come espressione della superficialità dei tempi, comprese le due sofferte presidenze di Clinton (1993-2001) e quella disastrosa di Carter (1997-1981)

La storia recente del partito democratico americano finisce qui, non ci sono altri nomi da ricordare dal 1933 ad oggi, se non l’uscente 44° presidente Barack Hussein Obama II°.

Cosa ci sarebbe da rammentare di Obama, oltre il clamore mediatico?  Ecco il problema; sono passati quattro anni, dove è stata vissuta una delle più drammatiche crisi economiche degli ultimi 100 anni e non sappiamo dire nulla di una presidenza.

Che forse la nuova politica sia attendere che gli avvenimenti si chiariscano da soli per poi intervenire? Non è il pensiero di Roosevelt, ma neppure quello moderno che si caratterizza per il suo interventismo, specialmente dalla scoperta dell’America ad oggi.

Questo giudizio sulla presidenza Obama è condiviso anche dall’attuale inquilino della Casa Bianca, che nel suo discorso d’accettazione del mandato non ha parlato di quello che ha fatto, ma di quanto farà, in pratica sembrava d’assistere alla Convention democratica di 4 anni fa.

Può un presidente uscente essere eletto quando chiede altri 4 anni per concludere degnamente gli ultimi trascorsi?

Ecco la grande sorpresa che emerge da Charlotte, alla Convention democratica, per le elezioni presidenziali statunitensi di quest’anno. Forse l’Obama verrà rieletto o forse no, resta comunque un fenomeno mediatico da studiare, avendo ben saputo manipolare le sensazioni di una Nazione inculcandone entusiasmo e passioni, poi sistematicamente tradite dai fatti, ma senza che la delusione possa travolgerlo. Da queste parole potrebbe essere classificato l’attuale presidente come un’illusione emotiva? In effetti si, ma è ancora presto perché se ne possa scrivere sui testi di psicologia sociale, considerato il clamore che lo circonda, specie in Europa che ancora crede alle illusioni. E’ il frutto dei tempi, dove l’immagine conta di più della realtà. Stiamo discutendo di quella generazione di politici, manager e studiosi, che non hanno saputo “vedere” la crisi del 2008 e neppure reagire ad essa, che ancora oggi occupa le posizioni chiave del sistema economico nel vecchio come nel nuovo mondo. Si tratta di persone mature negli anni, ma non nel pensiero, che hanno varato l’euro ad esempio cercando anche di proteggerlo senza saper trovare alternative o ammettere gli errori commessi.

Si parla di chi ha fortemente voluto la globalizzazione che lo stesso Obama, nel suo discorso conclusivo se ne distacca, parlando di creare (nel futuro) nuovi posti di lavoro per produrre merci “made in America” rispetto allo smantellamento del manifatturiero, iniziato da Clinton e proseguito da Bush e Obama. Cadendo Obama nelle prossime elezioni (nessuno ci crede e sembra non possibile come evento) si pone in discussione un vertice di potere bancario, finanziario e aziendale in Europa come negli Usa, che persegue a credere nelle favole, in un mondo cambiato dalla forza degli eventi senza averne preso coscienza. Obama è stato figlio dei tempi e la sua ipotetica conferma, il segno che ancora non si è capito se usare il cervello o le sensazioni.

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