Il mimetismo delle élite


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Democrazia nella comunicazione
di Luigi Cavallaro – il manifesto

L’articolo di Luigi Cavallaro che qui presentiamo ha il pregio di proporre un’interpretazione sociale e politica dei tempi presenti (e anche un po’ meno presenti) di grande interesse. Ci separa dall’autore una visione diversa della “decrescita” e dei “beni comuni”, impropriamente associati, a nostro avviso, a quelle improvvide “mitologie”, vere o presunte, che trovano ragion d’essere nel voler tenere in vita quanto mai logore “terze vie”. Non possiamo che condividere, invece, l’analisi e il quadro d’insieme che egli delinea del desolante panorama politico ed intellettuale, nel quale tutti noi ci troviamo oggi ad agire. (la redazione)

Tra il 1941 e il 1942, il poeta W. H. Auden ritrasse un pensoso Erode esitante dinanzi all’imminente strage degli innocenti. Di animo fondamentalmente tollerante, egli ne farebbe volentieri a meno. Eppure, riflette, se si consente a quel bambino di scamparla, le conseguenze saranno terribili:

«La Ragione sarà sostituita dalla Rivelazione, la conoscenza degenererà in un tumulto di visioni soggettive… La Giustizia, come virtù, sarà scalzata dalla Pietà e svanirà ogni timore di castigo. Ogni furfante dirà: ‘A me piace commettere crimini, a Dio piace perdonarli. Il mondo è davvero organizzato a meraviglia’. Il becero dal cuore d’oro, la prostituta consunta dalla tisi, il bandito affettuoso con sua madre, la ragazza epilettica che comunica con gli animali saranno gli eroi e le eroine della Nuova Tragedia, mentre il generale, lo statista, il filosofo diverranno lo zimbello di satire e farse».

La composizione di Auden s’intitolava For the Time Being, e non a caso i suoi contemporanei non ne afferrarono il significato: si trattava in effetti di una lungimirante anticipazione dell’Italia dell’ultimo ventennio. Un Paese ossessionato dalle terapie e privo di fiducia nella politica istituzionale; insofferente verso ogni forma d’autorità e preda della superstizione; soprattutto corroso, nel linguaggio politico come in quello comune, dalla falsa pietà e dall’eufemismo. Simile alla Roma tardo-imperiale per l’endemica diffusione della corruzione, per l’inane verbosità dei suoi intellettuali e per l’accentuata propensione a sottomettersi a senili imperatori divinizzati, a loro volta ostaggio di mafiosi e prostitute d’alto bordo. Ma pure diverso da quella per la tendenza a sostituire gli spettacoli gladiatori con guerre ultratecnologiche teletrasmesse, che causano massacri enormi e lasciano immancabilmente intatto il potere delle satrapie mesopotamiche o nordafricane sui loro sudditi.

Il disincanto del cittadino

Il progressivo disincanto dei cittadini nei confronti della politica istituzionale si spiega agevolmente. Da vent’anni a questa parte i due schieramenti politici sedicenti contrapposti hanno assunto a proprio compito la tutela degli interessi dei ceti medio-alti. L’agenda del centrodestra così come quella del centrosinistra sono dettate dalle lobby delle grandi imprese bancarie, finanziarie e industriali: nella migliore delle ipotesi tramite gli editoriali dei pennivendoli che scrivono sulle influenti testate giornalistiche di loro proprietà, nella peggiore tramite accordi sottobanco nei palazzi ministeriali e degli enti pubblici e parapubblici. Soprattutto il centrosinistra ha perduto ogni legame organico con quell’enorme fascia centrale della popolazione in cui ceto operaio e ceto medio tendono a confondersi, giungendo addirittura ad accusarla di essere «troppo garantita» e di non pensare ai più deboli e alla generazioni future. La conseguenza è stata che la working class ha preso a diffidare di codesti «progressisti da salotto» e delle loro battaglie condotte esclusivamente in difesa dell’ambiente, dei diritti delle donne e delle minoranze etniche ecc., e il centrodestra ne ha capitalizzato la disillusione, tornando a presentarsi come difensore dei valori svillaneggiati dell’«operosa classe media».

Possiamo pure biasimare i lavoratori e i pensionati che hanno votato Lega o Popolo della Libertà, ma non si può negare che hanno creduto in qualcuno che parlava di cose che per loro sono realmente importanti: soldi e posti di lavoro. Le dissertazioni sulla preservazione di Gaia a beneficio delle generazioni future oppure sui diritti delle coppie di fatto (figuriamoci poi se gay o lesbiche) fanno certo chic in un talk-show televisivo, ma non sono discorsi interessanti per coloro che ogni mese faticano ad arrivare a fine mese.

Naturalmente, al centrodestra non importava un fico secco degli interessi di costoro, ma ciò non è apparso subito evidente perché – a differenza del centrosinistra, che proclamava «diritti» e «opportunità» senza però spiegare come procurarseli davvero – il centrodestra aveva una politica economica di riferimento, basata sull’assunto secondo cui, dando mano libera ai ricchi, i soldi da loro guadagnati sarebbero via via colati giù fino a raggiungere tutti.

Adesso sappiamo che era una bugia, ma nel frattempo – oltre a quella di Auden – l’Italia ha visto realizzare sul proprio territorio una profezia non meno tetra che era stata formulata dai più avvertiti economisti keynesiani qualora si fossero abbandonate le politiche pubbliche di programmazione e sostegno alla domanda: opulenza privata, squallore pubblico. Basta una pioggia appena più forte o un pronunciato movimento della crosta terrestre per assistere a spaventosi disastri che uccidono e distruggono in città, borghi e aree che avrebbero potuto essere messe in sicurezza spendendo un centesimo dei danni contabilizzati ex post. Tutte metafore di un decadimento che, in mezzo a scandalosi divari di ricchezza, mette in luce un’irresistibile fuga dalle responsabilità pubbliche.

Quella cinica indulgenza

Già, perché nonostante tutto è sempre il «pubblico» ad essere sul banco degli imputati. Nelle farneticazioni di certi leader del centrodestra o di certi editorialisti della carta stampata, sembra addirittura che l’ideologia «totalitaria» del comunismo, che nel mondo resiste solo in Cina e a Cuba, sia invece ben radicata nei gangli vitali del nostro stato: scuola, università, magistratura. Tralasciando quest’ultima, per la quale il discorso è talmente complesso da non poter essere qui nemmeno accennato, l’accusa di «politicizzazione» della scuola e dell’università è risibile e punta semplicemente a far fuori quell’esigua minoranza di docenti che non si sono ancora allineati con l’ideologia dominante.

Il vero problema dell’istruzione pubblica sta semmai nel basso livello di preparazione degli studenti. Sono davvero esigue le percentuali di coloro che terminano la scuola secondaria sapendo leggere e interpretare correttamente un testo scritto o essendo in grado di districarsi con l’aritmetica delle quattro operazioni, e le università, nel tentativo di risolvere «a costo zero» il problema della disparità educativa, hanno a loro volta abbassato gli standard formativi, adeguandoli alle ridotte capacità dei discenti. Ne è venuta un’istruzione tarata sulle limitate cognizioni ed esperienze di vita degli studenti, come se queste fossero un «assoluto pedagogico» e non invece un limite da superare: corsi di studio superficiali, che inculcano solo gli stereotipi in voga senza mai addentrarsi in problemi di contestualizzazione storica (perché «troppo complicati»), e in cui l’analisi critica viene sistematicamente trascurata a beneficio di opinioni e sentimenti personali.

Si tratta a ben vedere di un sottoprodotto dell’antielitarismo sessantottesco, che si è fatto strada negli anni Ottanta e Novanta sotto forma di sconfinata (quanto cinica) indulgenza verso l’ignoranza degli studenti, razionalizzandola come riguardo per l’«espressione personale» e l’«autostima». Non più abituati all’analisi logica, non più attrezzati per comprendere un problema, non più avvezzi a consultare testi per documentarsi (tanto, c’è Wikipedia), gli studenti hanno ormai ripiegato sull’unica dotazione che possono rivendicare come propria: le loro «sensazioni» su questo o quell’argomento.

Si provi a riprodurre questa «individualizzazione» della cultura per tre-quattro generazioni di studenti che diventano insegnanti, con progressivo accumulo di tossine sessantottesche, e si comprenderà il background entropico dell’unica vera «vacca sacra» della cultura contemporanea: il «Soggetto», da coccolare e preservare nella sua «unicità» anche quando quest’ultima non è più che «una qualità che egli ha in comune con qualsiasi pidocchio e con qualsiasi granello di sabbia» (Marx e Engels, L’ideologia tedesca).

Si spiega così, con questa assolutizzazione del Soggetto, la Nietzsche-renaissance di cui i «ribelli» sessantottini si sono resi protagonisti negli ultimi quarant’anni. La credenza che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni, ha fatto da levatrice ad un vero e proprio «paradigma dell’impossibilità»: se non c’è alcuna verità da conoscere e bisogna diffidare di qualunque proposizione (tranne che dell’assioma che tutte le proposizioni sono sospette), è evidente che non c’è alcuna possibilità di controllo sulla nostra storia e che ogni pretesa di pianificazione dei processi sociali deve menare di necessità al totalitarismo.

Viene di qui l’antistatalismo viscerale che ha ispirato ed ispira molta parte della cosiddetta «sinistra d’alternativa», che nei vent’anni trascorsi ha coltivato e diffuso nelle generazioni più giovani una quantità impressionante di mitologie protese a ricercare improbabili «terze vie» tra privato e pubblico, tra capitale e stato – prima il «terzo settore», adesso i «beni comuni» e in mezzo le utopie regressive della «decrescita». Il marxista che vi si accosta non può che sentirsi come Gulliver in visita alla Reale Accademia di Lagado, con i suoi austeri progettisti impegnati ad estrarre i raggi del sole dai cetrioli, a costruire case partendo dal tetto e a ridare potere nutritivo alla merda umana, convintissimi del valore del loro lavoro. Che poi codeste sciocchezze abbiano assai più mercato editoriale e visibilità massmediatica rispetto alle tradizionali posizioni del movimento operaio non ci vuol molto a capirlo: in fondo, non fanno altro che ripetere che la «via pubblica» è sbagliata e comunque non è percorribile, dunque alla classe capitalistica fanno molto comodo.

La trappola del multiculturalismo

Volendo chiamare le cose col loro nome, siamo ormai immersi fino al collo in un tempo in cui il rifiuto della complessità produce l’esodo verso forme separate di convivenza, col loro seguito inevitabile di intolleranze (poco importa se giustificate da ragioni etniche, ideologiche o pragmatiche). Il mercato capitalistico, piaccia o no, diventa a questo punto l’unico vettore possibile della cooperazione sociale, essendo per definizione il luogo in cui, data l’impossibilità di un accordo generale sui fini della convivenza, ci si incontra solo per scambiarsi i mezzi idonei a consentire a ciascuno e a ciascuna di perseguire i fini propri e delle microcomunità di riferimento. Un mondo hobbesiano, in cui la nobile istanza del «multiculturalismo» si è trasformata in una guerra di tutti contro tutti, che ci rende vittime e carnefici ad un tempo. Prova ne sia che lo status di «vittima» comincia ormai ad essere fondatamente reclamato anche da colui che è stato eletto dal pensiero della differenza come campione dell’oppressione nei secoli dei secoli: il «maschio bianco adulto occidentale», che sempre più spesso vediamo comparire piangente sui media a chiedere scusa e ad accampare attenuanti per questa o quella malefatta, icona ridicola di una cultura del piagnisteo in cui c’è sempre un padre-padrone a cui dare la colpa e in cui l’ampliamento dei «diritti» procede senza che mai ci si faccia carico di individuare su chi dovrebbero gravare i correlati ed indefettibili doveri. L’atteggiamento infantile è ormai l’unico e regressivo modo di reagire allo stress esistenziale impostoci dal capitalismo trionfante: «non calpestarmi, sono fragile». D’altronde, già Goethe ci aveva avvisato: «Tutte le epoche di regresso e decadenza sono soggettive», solo le «epoche di progresso hanno invece un’impronta oggettiva».

Queste considerazioni derivano dalla lettura di un vecchio ma non invecchiato pamphlet di Robert Hughes, La cultura del piagnisteo. L’autore, scomparso lo scorso 6 agosto, lo aveva dedicato ad un esame critico della cultura progressista americana degli anni ’80. Il fatto che – con minimi aggiustamenti – si presti a fornire una descrizione accurata dell’Italia dell’ultimo ventennio dovrebbe senz’altro rincuorare i numerosi estimatori della democrazia statunitense che abitano nel nostro Paese: siamo sulla buona strada. Ma confidiamo soprattutto che rassicurerà gli ancor più numerosi fustigatori del «comunismo realizzato», incluso quello nostrano fatto di Iri e Usl, partiti di massa e contratti nazionali di lavoro. Ormai tutta acqua passata.

(6 settembre 2012)

Fonte: il manifesto
http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/9058-il-mimetismo-delle-elite.html

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