Manifesto – blocco quinto: Europa


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Da Manifesto 3L.

Oggi il problema dell’Europa non si chiama “Unione bancaria”, ESM, EFM, “fiscal compact”, “six pact”, OMT, questo l’ultimo degli acronimi inventati dalla burocrazia europea.
Acronimi che scaldano solo il cuore degli zombies.
Il nostro vero problema è invece, in Europa, una nuova epoca che si apre.
Oggi l’Europa rischia infatti, e rischia molto di andare indietro.
Il processo di unione politica può essere rinviato. Il processo di unione economica può disgregarsi. Per due semplici ragioni.
Perché la gestione dei portafogli finanziari, pubblici e privati, sta diventando sempre più nazionale, particolaristica e protezionistica.
Perché l’economia reale si sta troppo differenziando, da area ad area, a partire dai troppo ampi differenziali di credito offerti.
Non si può più affidare il nostro futuro, il futuro dei popoli di un intero continente, ad oracoli “monetari” oscuri od incerti più o meno come era l’oracolo di Delfo!
La voce deve tornare al popolo ed è saggio quanto appena detto dal Ministro tedesco Wolfgang Schaeuble, a proposito di referendum sull’Europa: “Nutro grande fiducia nei miei concittadini. La maggioranza dei tedeschi è fatta da persone molto ragionevoli”.
Lo è anche la maggioranza degli italiani.
In specie, non un referendum sull’Europa che c’è: potrebbe essere bocciato.
Ma un referendum sull’Europa futura, sull’Europa che si vorrebbe. Sarebbe votato.
Davvero un referendum?
La sovranità senza popoli non esiste, se non come usurpazione. Nel cuore dell’Europa sta crescendo un vuoto che non può essere colmato solo con la democrazia.
Si dice che l’euro è irreversibile. Bene. Ma deve essere chiaro che irreversibile
è anche la democrazia.
Se è vero che l’Europa non è una rivoluzione, ma piuttosto una continua
evoluzione, ed è vero, allora è anche vero che l’Europa non può fermarsi.
Se la posta in gioco è alta, il gioco non può essere tecnico, deve essere politico.
Come disse il Cancelliere Adenauer: “prima europei e poi tedeschi, prima un’Europa federale e poi lo Stato nazionale”. Questo spirito può e deve rivivere dappertutto.
n.1 Per questo si deve fare, anche in Italia, un referendum sull’Europa:
a) per una Europa che torni alle origini federali unitarie, comprendendo le tradizioni ed i territori storici, riducendo all’opposto l’egoismo miope tipico di certi nazionalismi statali. E’ l’unica via per evitare che, in una globalizzazione fatta da enormi blocchi continentali, le singole “potenze” nazionali europee diventino davvero, a loro volta, marginali;
b) per evitare di continuare a trattare i paesi, ed i popoli europei come capri espiatori, seguitando invece a trattare come salvatori i veri colpevoli (i banchieri, la finanza, gli hedge-fund, etc.).
Certo, alcuni paesi sono caduti nella trappola del debito, hanno usato il debito come fanno i tossicodipendenti con la droga, ma come è stato scritto, lo hanno fatto consigliati dai migliori indirizzi di Londra, di Francoforte, etc.!
c) per salvare la democrazia, costruendo su questa base l’architettura della nuova Europa. Questa dovrà essere disegnata in linea con il decisum del Consiglio Europeo del maggio 2010:
– serietà dei pubblici bilanci: finita davvero l’età coloniale, non possiamo più continuare a fare più deficit pubblico che prodotto interno lordo;
– devoluzione verso l’alto delle competenze nazionali sui pubblici bilanci, attraverso una gestione europea che (ogni primavera) anticipi e guidi la discussione parlamentare autunnale che si fa sui bilanci nazionali. L’Europa è un continente geografico, ha un unico mercato economico, ha una moneta comune, non può continuare con 27 politiche nazionali diverse!
– ma anche crescente riconoscimento del ruolo dei territori e solidarietà europea verso il basso: un vero Fondo europeo, con capacità di emettere “eurobond”.
Infine “Battere i pugni per davvero in Europa”. Avvertire che l’Italia intende certo continuare a finanziare i piani di aiuto europei destinati ai paesi in crisi, ma non più calcolandoli sul parametro della quota italiana di partecipazione alla BCE (17%), ma in base alla oggettiva esposizione al rischio del suo sistema finanziario.
Un esempio: sulla Grecia, l’esposizione italiana era pari a 20 miliardi di euro; quella franco tedesca era pari a 200. Per non parlare dell’Irlanda, su cui altri avevano una esposizione di 500 miliardi. In base al calcolo fatto in base alla partecipazione al capitale BCE, ignorando l’effettiva esposizione a rischio del sistema finanziario italiano, è purtroppo evidente che l’Italia ha finanziato soprattutto le banche tedesche e francesi!
L’idea di calcolare diversamente e più equamente l’onere a carico dell’Italia fu avanzata in Europa dal Ministro italiano dell’Economia e delle Finanze, ma bloccata da Palazzo Chigi (“Trichet – ha confidato il premier a più di un ministro – si è indispettito quando Tremonti è andato a dirgli che l’Italia voleva ricalcolare…. Una ipotesi che l’ha fatto andare fuori dai gangheri”. Repubblica, 10 agosto 2011. ). Un ricalcolo simile, in modo da riequilibrare i benefici, viene ora giustamente ipotizzato anche da Strauss- Kahn. Si deve tornare a trattare in Europa: o l’Italia non spende per gli aiuti o porta a casa qualcosa d’altro!

continua

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