SUPERSTORM SANDY – UNA SCOSSA ALLA GENTE ?


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DI NAOMI KLEIN thenation.com

Basterà una crisi climatica per chiedere una agenda veramente populista ?

Meno di tre giorni dopo i danni di Sandy fatti sulla costa orientale degli Stati Uniti, Iain Murray del Competitive Enterprise Institute ha detto che a causare la miseria che sta per arrivare, è la resistenza dei newyorkesi a comprare negli ipermercati.

Su Forbes.com ( Nota 1) ha spiegato che il rifiuto della città di restare vicina a Walmart probabilmente renderà il recupero molto più difficile: “I negozi mom-and-pop non ce la faranno a dare tutto quello che i grandi magazzini possono dare in queste circostanze”.

Nella foto: Lungomare del quartiere di Queens a New York, lunedì 5 Novembre, dopo il passaggio del Superstorm Sandy. (AP Photo / Craig Ruttle)

E non si è fermato lì, perché poi ha ricordato che se la ricostruzione andrà a rilento (come spesso avviene) sarà solo colpa delle leggi “a favore dei sindacati” come il Davis-Bacon Act, che tra l’altro prevede che i lavoratori occupati in progetti di opere pubbliche non devono essere pagati con il salario minimo, ma con il salario prevalente nella regione.

Lo stesso giorno, a Frank Rapoport, un avvocato che rappresenta imprenditori immobiliari e costruttori da diversi miliardi di dollari, è saltato in mente di suggerire che molti dei progetti di lavori pubblici non dovrebbero essere assolutamente pubblici. Invece, visto che il governo è a corto di liquidi dovrebbe rivolgersi a “partenariati pubblico-privato”, conosciuti come “P3″. Questo significa strade, ponti e gallerie che possono essere ricostruiti da aziende private che, per esempio, potrebbero mettere pedaggi e fare profitti.

È il loro modo per ribadire il principio fondamentale che si devono affrontare le due crisi gemelle di disuguaglianza e cambiamento climatico, allo stesso tempo.

Finora l’unica cosa che ha frenato questi affari è stata la legge che specifica che negli Stati di New York e del New Jersey questa specie di contratti sono proibiti.

Ma Rapoport è convinto che la combinazione di governi al verde e di bisogni urgenti della gente, servirà da catalizzatore per sbloccare la situazione. “Ci sono stati dei ponti spazzati via in New Jersey, che hanno bisogno di ricostruzioni strutturali, e questo sarà molto costoso”, ha detto a The Nation. “E il governo potrebbe anche non avere i soldi per ricostruire nel modo giusto. Ed è allora che ti rivolgi a un P3”.

Ray Lehmann, co-fondatore della R Street Institute, un portavoce della lobby delle assicurazioni (già una divisione negazionista dei cambiamenti climatici del Heartland Institute), ha preso di mira un altro bottino pubblico. In un articolo del Wall Street Journal su Sandy( NOTA 2), è stato chiamato per discutere una eventuale “completa privatizzazione” del National Flood Insurance Program, un programma federale che permette di fronteggiare i disastri naturali ma che gli assicuratori privati ​​vedono come concorrenza sleale.

Ma il premio per il miglior sciacallo capitalista va sicuramente all’ economista di destra Russell S. Sobel, per quanto ha scritto in un forum del New York Times online (NOTA 3). Sobel ha suggerito che, in alcune aree duramente colpite, il FEMA (Federal Emergency Management Agency ) dovrebbe creare delle “zone di libero scambio, in cui tutte le disposizioni normali, le licenze e le tasse siano sospese.” Questo sistema privato tutto è lecito per tutti permetterebbe, a quanto pare, di “rifornire meglio i beni e i servizi di cui hanno bisogno le vittime.”

E’ vero: queste catastrofi che, molto probabilmente, sono generate dal cambiamento climatico – ma la crisi è nata dalla assoluta mancanza di regole che vietino a società private di trattare l’ambiente come la loro fogna a cielo aperto – sono una vera opportunità per ottenere una maggiore deregolamentazione. Ciò che ha dimostrato questa tempesta è che i poveri e la classe operaia sono i più vulnerabili alla crisi climatica quindi è questo, chiaramente, il momento giusto per strappare a quella povera gente anche i pochi diritti rimasti a tutela del loro lavoro, come la privatizzazione degli scarsi servizi pubblici di cui possono ancora servirsi. Infatti prima di tutto, di fronte a una straordinaria costosissima crisi, causata dall’avidità delle società private, si sta chiedendo di concedere immediate esenzioni fiscali alle società private.

C’è qualcuno che può ancora fingere di sorprendersi per queste cose? La raffica di tentativi di usare il potere distruttivo di Sandy come una licenza di saccheggio è solo l’ultimo capitolo di una storia molto lunga che ho chiamato The Shock Doctrine. E questo è solo un rapido sguardo sui tanti modi che le grandi società private stanno mettendo in atto per procurarsi enormi profitti speculando sul caos climatico.

Un esempio: tra il 2008 e il 2010, sono stati depositati o rilasciati almeno 261 brevetti sulle “colture -clima-ready” che dovrebbero essere in grado di resistere a condizioni estreme come siccità e inondazioni. Di questi brevetti circa l’80% sono controllati da appena sei giganti dell’groalimentare, tra cui Monsanto e Syngenta. Ma la storia è maestra e sappiamo quindi che i piccoli agricoltori si dovranno indebitare per comprare questi nuovi semi miracolosi, e sappiamo anche che molti di loro per questa operazione dovranno abbandonare la loro terra.

A differenza dei capitalisti dei disastri che approfittano delle crisi per arrivare al fine-corsa della democrazia, c’è chi si sta organizzando come People’s Recovery… (e molti altri movimenti ) per far in modo che si sappia che esistono anche nuovi processi democratici a cui guardare.

Quando questi contadini sfollati si trasferiranno in città in cerca di lavoro, troveranno altri contadini, artigiani e gente come loro che ha perso terre e lavoro. Qualcuno sarà stato sfollato dalle aziende agro-alimentari straniere in cerca di terre per coltivare ed esportare nei paesi ricchi, preoccupati per la loro sicurezza alimentare proprio per l’insicurezza sul clima di domani. Qualcuno si sarà spostato per far posto a una nuova generazione di imprenditori di carbone che ha deciso di mettere una piantagione di alberi su quello che era un parco pubblico, per guadagnare crediti redditizi (e scambiarli per poter continuare ad inquinare).

A novembre del 2010, The Economist ha fatto una copertina sui cambiamenti climatici che rappresentano un utile (pur se straziante) modello di come i cambiamenti climatici potrebbero servire da pretesto per un ultimo saccheggio della terra, una presa di possesso coloniale e definitiva di aziende agricole, boschi e coste da parte di una manciata di multinazionali. Nell’articolo si spiega che la siccità e lo stress da calore sono una minaccia per gli agricoltori e che solo grandi aziende sono in grado di sopravvivere alle turbolenze. “Abbandonare la loro terra può essere il modo in cui molti agricoltori scelgono di adattarsi ai cambiamenti.” Avevano passato lo stesso messaggio ai pescatori, scomodi perché occupavano terre preziose affacciate sull’oceano: Non sarebbe stato molto più sicuro per loro evitare la violenza dell’innalzamento delle acque dei mari e unirsi ai loro compagni agricoltori nelle baraccopoli urbane? “Proteggere una sola città portuale dalle inondazioni è più facile che proteggere una popolazione sparsa lungo un litorale di villaggi di pescatori.”

Ma, ci si potrebbe chiedere, non c’è crisi e disoccupazione nella maggior parte di queste città? Niente che un po’ di “riforma del mercato del lavoro” e di libero scambio non possano risolvere. Inoltre ci spiegano che le città hanno “strategie sociali, formali o informali.” Sono abbastanza sicuro che questo significa che le persone a cui saranno offerte queste “strategie sociali” saranno obbligate, per procurarsi il cibo e per aggrapparsi alla vita, a mettersi a vendere penne rotte agli incroci, o forse a spacciare droga. Che strategia sociale informale dovrebbe esserci quando urlano i venti di una super-tempesta e spazzano via le baraccopoli precarie di gente precaria e non c’è nessuno che ne parla ?

Per molto tempo, il cambiamento climatico è stato trattato dagli ambientalisti come una grande bilancia, come un problema che tocca tutti, ricchi o poveri, allo stesso modo. Ma non sono riusciti a spiegarci tutte le miriadi di modi con cui i super-ricchi si possono proteggere dagli effetti meno gradevoli del modello economico che li ha resi così ricchi.

Negli ultimi sei anni, abbiamo visto la nascita dei vigili del fuoco privati ​​negli Stati Uniti, assunti da compagnie di assicurazione per offrire un servizio di “concierge” ai loro clienti più ricchi. Come ad esempio la compagnia “HelpJet”, in Florida, che opera brevi voli charter con servizio a cinque stelle per evacuare le zone degli uragani.

“Nessuna fila, nessun problema con la folla, solo un’esperienza di prima classe che trasforma un problema in una vacanza.”

E per il dopo-Sandy, gli agenti immobiliari di lusso prevedono che a dimostrazione del nuovo status symbol ci sarà un attico e una serie di servizi di classe.

Sembra che per qualcuno, il cambiamento climatico venga visto non come un pericolo violento e reale ma come una specie di vacanza termale, niente, insomma, che una bella combinazione di servizi su misura con opzioni ben scelte non permettano di affrontare agevolmente. Questo, almeno, è l’impressione lasciata dallo stile delle pre-Sandy-sales di Barneys a New York, che ha messo in vendita tè verde Sencha, eleganti set da backgammon e coperte da 500 dollari per i suoi clienti di classe che “risolvono con stile”, mentre il resto del mondo si può arrangiare con le “strategie sociali, formali o informali.”

Allora abbiamo capito con quale balsamo stanno preparandosi a curare la crisi climatica, e sappiamo dall’esperienza del passato come andrà a finire tutta questa storia. Ma qui arriva la vera domanda:

Questa crisi non può presentare nessun’altra opportunità, non ci sarà qualcosa capace di far tenere il potere nelle mani di molti, piuttosto che lasciarlo ancora nelle mani dei soliti pochi ? Qualcosa capace di far godere a tutti i beni comuni, senza doverli mettere all’asta pezzo per pezzo? In breve, Sandy potrebbe dare una scossa alla gente?

Penso che sia possibile. Come ho sottolineato lo scorso anno in queste pagine (NOTA 4), ci sono dei cambiamenti che si possono fare e che riuscirebbero a mantenere il livello delle emissioni entro i limiti previsti dalla scienza. Questi interventi includono il riposizionamento delle nostre economie (che quindi avranno bisogno dei contadini nei posti in cui sono sempre stati), di una grande espansione e re-immaginazione della sfera pubblica, non solo per fronteggiare la prossima tempesta, ma per evitare cataclismi ancora peggiori in futuro. Per fare questo bisognerà controllare e regolarizzare tutto quel caos che permette che le mega-società prosperino, limitando la loro influenza velenosa sulla politica e reinventando l’economia in modo che si affermi e si condivida che l’espansione infinita dei consumi non è sinonimo di successo negli affari.

Contemporaneamente dovremo intensificare la lotta contro tutte quelle forze che stanno lavorando attivamente per rendere la crisi climatica ancora peggiore.

Con questo tipo di approccio alla crisi potremmo cominciare a ricostruire l’economia reale in un momento in cui tutti abbiamo perso qualcosa con le bolle speculative.

Potremmo creare dei lavori continuativi anche quando sono necessari urgentemente e questi lavori potrebbero servire a rafforzare i legami che esistono tra le persone e tra le persone e le loro comunità. Sono questi gli obiettivi che, anche se ancora in teoria, possono risparmiare le vite umane durante le crisi.

Proprio come durante la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale i movimenti populisti richiedono con orgoglio che vengano istituite delle forme di difesa sociale valide in tutto il mondo industrializzato, così il cambiamento climatico può essere un momento storico per aprire la strada ad una grande ondata di cambiamento graduale. Non sarà necessario nessun trucco antidemocratico e non sarà nemmeno necessario approfittare della crisi climatica di far passare politiche impopolari ma basterà vedere come risolvere i problemi che vive la gente per colpa della crisi e mettere all’ordine del giorno una agenda veramente populista.

La ricostruzione che seguirà all’uragano Sandy è un ottimo punto per cominciare a verificare queste idee. A differenza dei capitalisti sciacalli che con la crisi vogliono mettere fine alla corsa della democrazia, quelli del People’s Recovery (come molti del movimento Occupy stanno già chiedendo) stanno pensando a nuovi processi democratici, tra cui le assemblee di quartiere, per decidere qual è il modo migliore per le comunità duramente colpite per cominciare la ricostruzione.

È, anche questo, un modo per ribadire il principio fondamentale che si devono affrontare le due crisi gemelle di disuguaglianza e cambiamento climatico, allo stesso tempo.

Per cominciare, questo significa che la ricostruzione non si deve limitare a creare posti di lavoro, ma i posti di lavoro devono essere pagati con un salario che permetta di vivere. Significa non solo maggior presenza pubblica, ma energia efficiente e alloggi a prezzi accessibili che si devono ottenere grazie a questa ricostruzione.

Questo significa non solo un potere gestito da persone differenti ma anche una comunità democratica che ha facoltà di controllare la realizzazione dei suoi progetti.

Contemporaneamente dovremo intensificare la lotta contro tutte quelle forze che stanno lavorando attivamente per rendere la crisi climatica ancora peggiore.

Indipendentemente da chi ha vinto le elezioni, significa mantenere il polso fermo contro la continua espansione del settore dei combustibili fossili anche in nuovi territori ad alto rischio, dove si trovano sabbie bituminose, o si esplora il sottosuolo con il fracking, si esporta carbone verso la Cina o si perfora l’Artico.

Significa, in pratica, riconoscere i limiti delle pressioni sulla politica e ignorare completamente le richieste delle imprese di combustibili fossili, come sta facendo il sito http://350.org/ con il “Do The Math” tour. Ci sono aziende che dichiarano di poter bruciare almeno cinque volte più carbone di quanto stabiliscono le stime più prudenti per essere compatibili con un pianeta vivibile. 350.org ha fatto i conti, e non glielo lascerà fare.

Stiamo facendo una corsa contro il tempo: o questa crisi diventerà l’occasione per un salto qualitativo, un riequilibrio olistico del nostro rapporto con il mondo naturale, oppure diventerà un’opportunità per il più grande disastro capitalista nella storia dell’umanità, un tutto lecito per tutti che lascerà il mondo ancora più brutalmente spaccato in due: vincitori e vinti.

Quando ho scritto The Shock Doctrine, stavo documentando i crimini del passato. La buona notizia è che questo crimine è in corso e abbiamo ancora la possibilità di fermarlo.

Facciamo in modo che questa volta siano i buoni vincere.

Naomi Klein è giornalista, editorialista e autrice del best-seller internazionale The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism. I suoi libri precedenti comprendono No Logo: Taking Aim at the Brand Bullies (appena ripubblicato in una edizione speciale per il 10° anniversario), e Fences and Windows: Dispatches from the Front Lines of the Globalization Debate (2002).

Fonte http://www.thenation.com
Link : http://www.thenation.com/article/171048/super-storm-sandy-peoples-shock
6.11.2012

Traduzione per http://www.ComeDonChisciotte.org a cura di ERNESTO CELESTINI

Note :

http://www.forbes.com/sites/realspin/2012/11/01/hurricane-sandy-and-the-invisible-hand-of-disaster-recovery/
http://blogs.wsj.com/developments/2012/10/31/sandy-may-lead-to-push-for-more-flood-insurance-changes/
http://www.nytimes.com/roomfordebate/2012/10/30/do-we-really-need-fema/the-free-market-can-do-a-better-job-than-fema
http://www.thenation.com/article/164497/capitalism-vs-climate

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