Il diritto a lavorare bene


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Di Roberto Fiorini

Oggi nell’impresa, “fare del proprio meglio” non basta più. Occorre acquisire piena consapevolezza di dove e come si possano eliminare gli sprechi e migliorare le condizioni lavorative di chi opera con un fine comune a tutti (impiegati, quadri e dirigenti): fare del bene all’impresa perché sopravviva, cresca e continui a produrre lavoro ed occupazione.

Si parla spesso del diritto al lavoro sancito dalla costituzione all’art.4, ma non a tutti é chiaro, avendolo trovato (il lavoro), come sia possibile farlo nel modo più corretto, nel turbato, complesso e frenetico mondo del lavoro subordinato “faidatè” denominato impiego, da cui discende il termine “impiegato”. Termine, spesso utilizzato per indicare una categoria di lavoratori specifica: i “colletti bianchi”, che generalmente comprende lavori d’ufficio (contabilità, fatturazione, amministrazione, design, pianificazione, inserimento dati e così via), spesso in contrapposizione a quelli di operaio: le cosiddette: ” tute blu”. Altra categoria, sempre appartenente alla “specie” dei white collars e legata alla gerarchia, responsabilità e retribuzione, è quella dei quadri e dirigenti.

Per tutte (o quasi) il denominatore comune consiste nel non avere la piena consapevolezza delle caratteristiche ergonomiche (nella diade: benessere, efficienza) che il loro ambiente di lavoro (per qualità ambientale e processi) debba avere per consentire la più efficace produzione di valore. Uno studio di una importante business school afferma infatti che, nella maggior parte dei casi: “gli uffici sono organizzati secondo criteri utilizzati nelle fabbriche più di 30 anni fa”.

“Nel diritto del lavoro italiano, gli impiegati costituiscono, accanto a dirigenti, quadri ed operai, una delle quattro categorie di lavoratori subordinati previste dalla legge. Secondo una classificazione giuridica, gli impiegati sono una qualifica o una categoria professionale che a causa di un particolare tipo di contratto, ricevono un trattamento diverso da altre categorie di lavoratori in rapporto alla natura o alla qualità della loro prestazione. Nella categoria specifica si distinguono impiegati “di concetto” e impiegati “d’ordine”. In particolare: impiegati di concetto con funzioni direttive, preposti ad un servizio con autonomia d’iniziativa nei limiti delle direttive generali impartite dall’imprenditore o dal dirigente con cui collaborano; impiegati di concetto che svolgono un’attività intellettuale secondo un indirizzo di personale responsabilità per quanto concerne la decisione e l’iniziativa, anche se contenuta entro i limiti predeterminati dalle direttive dei superiori; impiegati d’ordine, che svolgono un lavoro intellettuale, ma come mera attuazione delle direttive dei superiori, senza alcun potere di iniziativa.”

Da questa classificazione “tecnica” si evince che delineare in modo preciso la posizione degli impiegati nel mondo del lavoro, oltreché le loro caratteristiche sociologiche é generalmente un’impresa abbastanza ardua, visto che risulta non soddisfacente sia la definizione di “esecutore di lavori intellettuali”, sia quella di “lavoratore con incarichi direttivi”.

In questa indeterminatezza di ruoli appare chiaro quanto sia ancor più indefinita, per riprendere il discorso interrotto, la definizione della migliore condizione ambientale e di processo affinché la produzione del valore avvenga senza sprechi, perturbative o inadeguatezze di vario genere.

Negli uffici, in questi ultimi anni, complice la crisi economica e le logiche esclusive (e spesso cieche) del cost saving, lo spazio di lavoro si contrae impropriamente a sfavore della protezione dalle perturbative da esso stesso generate con conseguenze sulla caduta dell’attenzione, lo stress, le distrazioni auto inflitte ecc. Si approccia ad una sorta di freddo minimalismo che amplifica il distacco dal mondo reale verso quello digitale, dove emergono i riflessi negativi della Knowledge Society sulle persone, quali: l’ansia di adattamento a situazioni in continua evoluzione e problemi di disorientamento causati dal sovraccarico cognitivo.

In questo periodo storico, più che in altri, occorre orientare la barra della ricerca verso frontiere intellettuali che rimettano l’Uomo e la sua dignità intellettuale, di nuovo al centro del suo universo sociale e lavorativo. Dove la caccia agli sprechi, la motivazione, il rispetto umano e il benessere lavorativo siano un obiettivo comune per tutti i lavoratori, ed un fine da raggiungere.

In frangenti simili, come già avvenuto in passato, la Storia (se nota), può venirci in aiuto.
Quella del miracolo Kaizen iniziò nei lontani anni ’30. L’artefice fu Taichii Ohno, inventore del TPS – il Toyota Production System: sistema che nacque, come ora, per una vera e propria necessità. La Toyota, nell’immediato dopoguerra, si trovava in condizioni gravissime di mancanza di risorse, come peraltro gran parte dell’industria del Giappone: paese uscito sconfitto e stremato dal conflitto bellico. L’idea quindi di fare di più con meno, divenne una necessita strategica derivante dal dover utilizzare le poche risorse disponibili nel modo più produttivo possibile e l’unico modo per centrare un risultato di quel tipo, era quello di eliminare ogni forma di spreco presente in azienda, rendendo allo stesso tempo l’organizzazione molto flessibile.
In pochi anni, gli straordinari risultati ottenuti portarono all’affermazione del TPS su scala mondiale, dove ne uscì ribattezzato appunto come “Lean Production” (Produzione Snella). Sistema basato sui miglioramenti continui e incrementali della qualità, della cultura aziendale, della produttività, della sicurezza e della leadership. Piccoli e continui (ma determinanti) miglioramenti nel lavoro quotidiano (il Kaizen) e una grande determinazione verso la caccia agli sprechi, con l’obiettivo di consentire agli operatori ed al management di riappropriarsi, in una logica bottom-up, della “potenza del buon senso” (chiave di volta sostenibile e a basso costo) sarebbe per noi una cura estremamente efficace per uscire dall’immobilismo creativo dei nostri tempi.

Interiorizzare oggi i principi del Kaizen significa sposare una filosofia semplice, di buon senso, applicabile ovunque: oltre che nel nostro lavoro anche nella vita quotidiana.

Come si fa?

Il buon senso (di base) lo si deve già avere e per il resto esiste un’ampia bibliografia di cui fornisco molto volentieri una traccia. Buona lettura!

Bibliografia essenziale
Ohno Taiichi, Lo spirito Toyota, Milano 2004, Einaudi.
Imai Masaaki, Gemba Kaizen, trad.it. Milano, 2001, (ed. orig. Gemba Kaizen, Japan, 1997),Ed. il Sole 24 Ore.
Perrella Giuseppe, Il Sistema Toyota per la nuova competitività, Roma, 2009, Ed. il Sole 24 Ore.
Fiorini Roberto, Esistenza Spazio e Ufficio, Guida alla progettazione esistenziale degli spazi di lavoro, Ravenna, 2011. Ed. LWS Lean Workspace.
Fiorini Roberto, Kaizen Office, Sistemi per l’autodifesa dagli sprechi e le perturbative negli spazi di lavoro verso le nuove frontiere dell’efficienza sostenibile.Ovvero: Attualizzazione dei principi del Gemba Kaizen nel lavoro d’ufficio della post modernità, Ravenna, 2012, Ed. LWS Lean Workspace.

Fonte: http://www.fanpage.it/il-diritto-a-lavorare-bene/
http://www.fanpage.it

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