Office wellness? No grazie, meglio una passeggiata nel parco…


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Di Roberto Fiorini.

L’evoluzione dei concetti classici di “nomadismo” in ufficio, corre molto più in fretta (e a volte per necessità), di quanto designers e produttori di arredi si adoperino per ricercare soluzioni in linea con le esigenze dell’era post industriale.

Recenti studi hanno nuovamente posto l’accento sul “rischio seduta” inteso come rischio per la salute di chi sta troppo a lungo seduto durante il lavoro d’ufficio. Questo punto è stato ribadito di recente in due studi, pubblicati sul British Journal of Sports Medicine e in Diabetologia, una rivista della Associazione Europea per lo Studio del Diabete, oltre al lavoro (sullo stesso tema) di James A. Levine, MD, Ph.D. della Mayo Clinic. Gli scienziati hanno stabilito che dopo un’ora o più in posizione assisa, la produzione di enzimi che bruciano i grassi diminuisce nel corpo di oltre il 90 per cento. Stare troppo a lungo seduti, aggiungono, rallenta il metabolismo del glucosio e abbassa i livelli di colesterolo buono (HDL) nel sangue alzando i fattori di rischio verso lo sviluppo di malattie cardiache e diabete di tipo 2.

Quindi che fare?

Ricordiamo le nostre buone abitudini di fare delle pause “frequenti” durante le attività lavorative? Bene: avendo ora dei parametri precisi imponiamoci di farlo (a noi e ai nostri collaboratori) almeno ogni ora. Non lo vogliamo fare perché siamo (diciamo) degli stacanovisti e vogliamo necessariamente lavorare e anche svagarci non abbandonando il nostro ufficio? Dagli USA arrivano soluzioni (anche fantasiose e costose) già preconfezionate che associano al posto di lavoro delle soluzioni standing, ossia con il piano di lavoro regolabile in altezza, unite a cyclette o tapis roulant posizionati sotto il piano di lavoro o integrati ad esso (vedi, ad esempio: Walkstation di Steelcase).

Oppure, in alternativa, “ribaltare il tavolo” del concetto di posto di lavoro!

Ossia pensare che sfruttare appieno gli strumenti di connessione in mobilità, possa in realtà significare che ognuno possa veramente lavorare dovunque ascoltando le necessità del proprio corpo. Quindi: fare una passeggiata nel parco, o fare jogging, o andare in bici o giocare a golf (o a boccette) e, a orari concordati, soffermarsi a conversare via Skype con colleghi o clienti in qualsiasi location ci si trovi, oppure scrivere quel report o analizzare quei dati sull’iPad, o pensare ad una nuova soluzione per quel problema.
Ecco che allora la “pausa” necessaria ad ovviare la sedentarietà del posto di lavoro, così come i mal interpretati (storicamente) e costosissimi falansteri di Fourier, diverrebbero obsoleti rispetto al mondo di vita “vera” che magari ognuno di noi ambirebbe frequentare nelle varie ore della giornata.

In questo modo si potrebbe lavorare (ed essere misurati) per obiettivi anziché sulla “permanenza” (le ore di lavoro da trascorrere obbligatoriamente in ufficio, gomito a gomito con i colleghi sotto l’antiquato vessillo del “lavoro di gruppo“). Le reali ore lavorative sarebbero quindi quelle “vere” che noi destineremo alla produzione di valore. Nella misura e nello spazio che, ognuno di noi, nella propria singolarità, “deciderà” di spendere o dedicare alla propria attività, finalmente imprenditore (dipendente o indipendente) di se stesso.

Certamente in questo modo si migliorerebbe in creatività ed efficienza abbattendo i confini della “produttività” del gruppo di lavoro “fisico” e i costi palaziali (anche energetici) dei superatissimi uffici multipiano (vedi ns. precedente articolo) a vantaggio di una migliore redistribuzione del reddito industriale verso i dipendenti, gli strumenti di lavoro e la formazione.

Utopismo post moderno ipersostenibile? Forse. Ma cosa emergerebbero dalle ceneri di questa seconda rivoluzione industriale? Salute, Benessere, Sostenibilità, Crescita conoscitiva, Innovazione e modelli di aziende estese, ricordando che uno dei più importanti sprechi dell’attuale era industriale, è quello attribuibile alle CARENZE SULLA CRESCITA CONOSCITIVA E SULL’INNOVAZIONE.

SPRECHI PER CARENZE SULLA CRESCITA CONOSCITIVA E SULL’INNOVAZIONE.
Sono categorie di sprechi in buona parte legati ad una scarsa tensione verso le potenzialità inespresse del personale. L’incapacità di implementare percorsi di crescita per le risorse umane, attraverso acquisizione e condivisione di conoscenza e innovazione è considerabile oggi, per un’azienda, un grave spreco.
Alcuni esempi:
a. permanere di operazioni manuali invece dell’impiego di strumenti informativi;
b. incapacità di autoprodurre nuova conoscenza e quindi innovazione;
c. generazione di servizi obsoleti e non al passo con l’innovazione conoscitiva e tecnologica diffusa.
Per porre rimedio a questa categoria di muda (sprechi), occorre strutturare e consolidare un processo di formazione permanente stimolando personale interno dotato di particolari caratteristiche e tensioni all’innovazione e/o attingendo da gruppi esterni specializzati, oppure (meglio) l’innovativa l’applicazione del modello di azienda estesa dove la stessa diventando parte di un network intraorganizzativo con ruolo attivo nel knowledge management, partecipa e contribuisce attivamente nella gestione allargata della conoscenza nell’ambito di sistemi di impresa o reti. Ciò basandosi sull’assunto che sia improbabile o troppo oneroso che un’impresa possa disporre al suo interno di tutta la conoscenza di cui necessita nell’attuale competizione.1

Provare a immaginare per credere!

Buon Lavoro

1 Fiorini Roberto, Kaizen Office, Sistemi per l’autodifesa dagli sprechi e le perturbative negli spazi di lavoro verso le nuove frontiere dell’efficienza sostenibile.Ovvero: Attualizzazione dei principi del Gemba Kaizen nel lavoro d’ufficio della post modernità, Ravenna, 2012, Ed. LWS Lean Workspace, p.156.

continua su: http://www.fanpage.it/office-wellness-no-grazie-meglio-una-passeggiata-nel-parco/#ixzz2MOEPnncZ
http://www.fanpage.it

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