Né liberista né socialista: è la Svezia la vera terza via


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Di Gabriele Catania,

L’economia svedese funziona. I primi a riconoscerlo sono i mercati: lo spread tra i titoli di Stato decennali svedesi e quelli tedeschi è pari a zero. La situazione finanziaria della Svezia è così solida che il primo ministro, Fredrik Reinfeldt, può permettersi di tagliare le imposte alle aziende, e destinare più fondi a infrastrutture, giovani, giustizia e ricerca. Mentre il resto d’Europa smantella il welfare e impone duri sacrifici alla popolazione, a Stoccolma il governo (di centrodestra) fa angelicamente sapere che “bisogna investire per uscire dalla crisi”. Nella speranza, per nulla segreta, di vincere le elezioni del 2014.

«Attualmente la Svezia è in una situazione economica favorevole se paragonata a diversi (o perfino alla maggioranza) degli altri Paesi europei – . conferma a Linkiesta l’economista svedese Olof Åslund, direttore del centro di ricerca Ifau nonché docente all’università di Uppsala – . Naturalmente lo stato dell’economia mondiale pone delle sfide pure alla Svezia». Positivo anche il commento di Markus Uvell, presidente del think tank liberista Timbro, con sede a Stoccolma. «L’economia svedese sta andando davvero bene. Questo è il risultato di politiche capaci di affrontare con successo la crisi finanziaria internazionale, ma anche di una lunga tradizione di prudenza fiscale e spesa pubblica responsabile. Nel primo caso il merito va al governo attuale, nel secondo pure ai passati governi socialdemocratici».

Per il World Economic Forum, la Svezia è la quarta nazione più competitiva al mondo: soltanto Svizzera, Singapore e Finlandia fanno meglio. Secondo l’Ocse, poi, “la Svezia fa eccezionalmente bene quanto a benessere generale [dei cittadini]”. Nell’indice di sviluppo umano, la Svezia è decima. Nella classifica internazionale dei Paesi meno corrotti, quarta. Per libertà economica è “solo” ventunesima, ma precede Giappone, Germania e Austria (e Italia, al novantaduesimo posto). Nell’indice di creatività economica è quinta, in quello di capacità tecnologica prima. Quarta nella classifica delle nazioni dove il reddito familiare è distribuito più equamente, come pure nel Global Gender Gap Index 2011, che misura quanto un Paese è amico del sesso femminile. Come ha dichiarato il Nobel per l’economia Eric S. Maskin a Linkiesta, che lo ha incontrato lo scorso dicembre ai Nobels Colloquia a Venezia, «la Svezia mette al primo posto la sua gente».

«Nel corso della sua storia la Svezia si è saputa adattare ai cambiamenti socio-economici mondiali. Gli adattamenti strutturali e l’innovazione sono divenuti i suoi punti di forza», dichiara l’ambasciatore italiano a Stoccolma Angelo Persiani. Basta dare un’occhiata alle cifre per capire che il diplomatico ha ragione. Per esempio, nel 2009 la Svezia ha destinato alla ricerca e allo sviluppo il 3,6% del suo Pil: in Europa soltanto la confinante Finlandia, superpotenza dell’istruzione, ha investito di più. Ancora: in rapporto agli abitanti, il numero di brevetti in vigore in Svezia quattro anni fa era superiore a quello di Giappone, Francia, Regno Unito, Germania o Stati Uniti. Non stupisce troppo, dunque, scoprire che tra il 2004 e il 2009 la crescita media annua del suo Pil è stata pari allo 0,9%. Più del Regno Unito (0,5%). Più della Germania (0,6%). Più della Francia (0,8%). E, naturalmente, più dell’Italia (-0,5%).

Ecco perché forse ha senso parlare di un “modello economico svedese”. O almeno cercare di capire il segreto del successo di una nazione che sembra riuscire a combinare eguaglianza e libertà. Pari opportunità e meritocrazia. Solidarietà e competizione. Idealismo socialista e pragmatismo liberista. Per usare una suggestiva (e nota) metafora dell’ex primo ministro socialdemocratico Göran Persson, la Svezia è paradossale quanto un calabrone. “Con il suo corpo troppo pesante e le sue piccole alette, il calabrone non dovrebbe essere in grado di volare. E invece vola”.

La Svezia piace a destra come a sinistra, seppure per motivi diversi. Il primo ministro tory David Cameron, per esempio, è un grande ammiratore del suo omologo Reinfeldt. Ad agosto, su quella Bibbia del capitalismo a stelle e strisce che è Forbes, il commentatore statunitense Matt Kibbe, coautore del bestseller Give us liberty: a Tea Party manifesto, ha tessuto le lodi dell’economia svedese. E nel suo splendido saggio Guasto il mondo (Laterza) lo storico socialdemocratico Tony Judt, oggi scomparso, indica la Svezia come un esempio positivo di Paese molto ricco, ma anche molto egualitario.

Certo, l’egualitarismo può portare al conformismo. «Quella svedese è una società dove alle persone generalmente piace fare ciò fanno tutti gli altri – spiega a Linkiesta l’americano David Landes, editor di The Local, quotidiano sulla Svezia in lingua inglese – . Allo stesso tempo, però, gli svedesi hanno creato molte innovazioni e aziende innovative. A volte c’è un senso di eccezionalismo, come se in Svezia le cose fossero un po’ migliori che altrove».

In realtà l’egualitarismo svedese non ha generato una corsa verso il basso. Anzi: in proporzione al numero di abitanti (9,2 milioni), ci sono più miliardari in Svezia che in nazioni ritenute intrise di individualismo come l’Italia o la Francia. D’altra parte era lo stesso Friedrich Hayek, nella prefazione all’edizione del 1976 di The Road to Serfdom, a scrivere che “la Svezia, per esempio, è oggi organizzata molto meno socialisticamente della Gran Bretagna o dell’Austria, benché sia comunemente vista come molto più socialista”. Se questo era vero nell’ormai lontano 1976, quando al potere c’era il leggendario primo ministro socialdemocratico Olof Palme, è ancora più vero oggi, dopo quasi sei anni di governo di centrodestra. La citazione di Hayek è contenuta in un saggio che getta una luce nuova e interessante sul sistema economico svedese: The Evolution of Modern States: Sweden, Japan and the United States (Cambridge University Press). Il suo autore, il professor Sven Steinmo, vive attualmente a Fiesole, dove insegna politiche pubbliche ed economia politica all’Istituto Universitario Europeo. Cittadino norvegese e americano, nel suo libro definisce l’economia svedese come “social-liberista”.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/modello-economico-svedese#ixzz2N9wlHE00

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