Quando la spinta per andare all’estero a lavorare viene dalle istituzioni – un caso aziendale


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Di Giovanni Carlini

In un periodo in cui la parte migliore dei nostri giovani lascia il Paese emigrando per trovare lavoro, è necessario riaprire la riflessione sulla delocalizzazione (fuga) dei nostri imprenditori da un’Italia troppo rigida e burocratica.
Non è argomento nuovo però, il tema resta attuale, nonostante il decorso del tempo.
Il caso Ilva è emblematico. Senza voler entrare nel labirinto dei dettagli, perdendosi tra la ragione e il torto, come italiano e cittadino, la preoccupazione è rivolta al Paese che non merita di perdere una funzione industriale strategica come quella siderurgica. L’Ilva con 20mila buste paga al mese, rappresenta un interesse nazionale.
Onore e rispetto a coloro che sono morti e agli ammalati di ieri e oggi per cause lavorative, ma altrettanto dignità e considerazione a un polo industriale che ha contribuito a formare la Nazione distribuendo ricchezza. Il punto d’equilibrio, tra le due opposte necessità, è materia sia per la dirigenza aziendale di concerto con la legge che per coloro che sono preposti al controllo e applicazione delle regole.
Da quest’ultimo protagonista della vicenda, iniziano “i dolori”.
Il quesito che si pone su chi è chiamato all’applicazione delle norme è così strutturato: gode di spazi di discrezionalità, oppure è ridotto a mero esecutore d’ordini in una maniacale e puntuale applicazione scolastica e letterale della legge?
Se fossimo in queste condizioni, saremmo in presenza di una non applicazione della norma.
L’argomento è delicatissimo, perché chiama in causa il concetto di discrezionalità, attualmente appiattito nella Pubblica Amministrazione.

Dando voce a un importante imprenditore veneto si scopre che:

…”un mio dipendente, dei 130 che ho, ha svolto malamente una fase di lavorazione, riportando un infortunio che ha superato i 40 gg di prognosi. Ora sta bene. Ci siamo resi conto che nel macchinario in uso (ne abbiamo una settantina) mancava una protezione che abbiamo subito applicato dopo l’infortunio. Consci dell’errore, in un quadro di sicurezza molto sviluppato, (abbiamo contratto dell’80% in 2 anni, il numero d’incidenti, peraltro già modesti) ci siamo subito corretti. A distanza di 1 anno e mezzo, l’ispezione dell’INPS giunge alla conclusione di rinviare a giudizio questa impresa, che sarà condannata penalmente. Io, come uomo, cittadino, imprenditore, non ritengo debba sopportare addirittura “il penale”, per un particolare omesso in un quadro complessivo di correttezza aziendale e specificatamente sulla sicurezza.
Sa cosa le dico a questo punto? Smonto l’azienda e la trasferisco all’estero, dove non mi persegue nessuno! Apro il mio ufficio a New York dirigendo da quella sede gli stabilimenti in giro per il mondo. Chi ci rimette? Ci perdono i miei dipendenti che non si trasferiranno, l’Inps, il fisco, Equitalia, la Nazione e la Politica.
Questo è il prezzo che paga il Paese per quella rigidità senza discrezionalità che sta appannando lo Stato; ubriaco di criminalizzazione, penalizzazione e persecuzione, su chi lavora”.

Per chi da anni lotta in Italia a favore di un reshoring nazionale (rientro in Patria delle aziende delocalizzate per salvare la Nazione) riferire queste parole è una sofferenza per il crollo di un mito: l’Italia.
Mi rendo conto di poter essere accusato di nazionalismo, però io lo sono, credendo di più in un’Europa delle Nazioni (ognuno con la sua storia e personalità, moneta ed economia integrata) che in un minestrone (melting pot) comunitario privo di scuole, leggi, esercito, tribunali, norme di lavoro, politiche estere e di lavoro in comune.

In assenza di un volto dell’Europa Unita, resto nazionale. Ebbene qui, la Nazione crolla miseramente, divorata da un maniacale spirito forcaiolo e giacobino, che produce più ingiustizia di quella che vorrebbe sanare. Sintetizzando: alla mancanza di un figlio, è giusto dargli immediatamente uno scappellotto da fargli volare via gli occhiali dal volto, oppure è saggio richiamare il ragazzo a un comportamento più adeguato?

L’anno scorso in Arizona ho violato il limite di velocità per 10 miglia orarie. La polizia stradale mi ha fermato e dopo mezz’ora d’accertamenti, mi ha intimato un “avviso” in base al quale, la prossima volta sarebbe stata elevata la multa. Onestamente mi ha colpito (in termini educativi) molto di più “l’avviso” (ultimatum) di una multa da 15-20 dollari da pagare.

Laddove la Pubblica amministrazione, fisco, Equitalia, INPS, entrasse nell’era di una politica educativa verso il cittadino, anziché la sua criminalizzazione e annesso uso-abuso del penale, vivremmo meglio o peggio?
Una svolta di questo tipo può essere richiesta dai cittadini, ma solo la Politica può avviarla, istituendo il concetto di “discrezionalità”, ponderando l’interesse nazionale che resta prevalente ma ritornando alla multa anziché il penale, riconquistando la graduazione come ordine d’importanza relativa, anziché assoluta.
Sicuramente, applicando questi concetti, la vita si complica, ma del resto non è già umiliante adesso con un esercito di condannati per un’applicazione impazzita della legge?

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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  1. #1 di kate hill bags il 29 luglio 2013 - 09:15

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