Il fallimento di un modo di fare che ha portato povertà


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di Giovanni Carlini

Mi ha scritto “una di noi” che legge la stampa fresca da anni. Il pezzo è stato pubblicato oggi.
Buona lettura

Bruna scrive:

Buonasera Prof. Carlini leggo sempre molto attentamente i suoi articoli e mi sorprende ogni volta che il suo pensiero è quello che io provo in quel momento senza averlo espresso bene come Lei. O meglio, detto da un economista è un’altra cosa, ma Lei non è un economista normale, perchè afferma cose che pensano tutti quelli che hanno un minimo d’intelligenza cioè tutti meno i nostri governanti!
Io sono proprio una di quelle che si è battuta per il lavoro, che ha lasciato i figli piccoli con i nonni, con gli zii e con chiunque capitava, pur di non perdere una giornata di lavoro e anche se non sono laureata, ho fatto in modo d’apprendere, tramite il lavoro, quelle nozioni che mi mancavano con il risultato che a quasi 50 anni sono fuori dal mondo del lavoro da poco più di 6 mesi. Negli ultimi anni ho svolto due part-time, uno da 600 euro netti mensili (settore artigiano legno) e l’altro da 440 euro netti mensili (azienda agricola). All’atto della dichiarazione dei redditi lo Stato chiede di pagare euro 1.200 perchè le detrazioni per lavoro dipendente spettano in uno solo dei due rapporti senza poter conguagliare fra le buste paghe a fine anno, ne si possono rapportare, com’era una volta al reddito percepito da ogni singola azienda, quindi ad un datore di lavoro gli costi meno e all’altro di più . Questo significa che nel secondo rapporto di lavoro, a parità di ore e di responsabilità, avrei dovuto prendere 340 euro mensili e sa qual’è la beffa? che ho preteso l’assunzione per evitare il lavoro in nero, ma se l’avessi accettato adesso non avrei avuto nulla da pagare! E secondo Lei questo è il modo per incentivare il part time?
Non sono mai sta un’individualista. Sono una di quelle che ha sempre manifestato con scioperi, assemblee e quant’altro, per rivendicare quei diritti altrui soprattutto nel sociale che oggi abbiamo perso. Non mi ritrovo in questa Italia, ma sto cercando di conviverci preparandomi al peggio. Meno male che almeno il primo dei miei figli è all’estero per lavoro e spero ci resti il più possibile.

Grazie per questa lettera, ci sono tanti aspetti sui quali riflettere.
Tanto per iniziare, noi tutti non abbiamo lavorato, studiato e ci siamo appassionati per un’Italia ridotta in questa maniera! Ci troviamo di fronte a uno sbilanciamento clamoroso tra aspettative e risultati. Le responsabilità?
In un tempo di crisi drammatica, assegnare le colpe non è l’esercizio migliore. Sicuramente però, di fronte a tale disastro sociale come umano, il ringraziamento inizia dal sindacato, che ha fortemente contribuito alla delocalizzazione industriale. Il problema del lavoro in Italia non è limitato al solo “cuneo fiscale”, ma ruota intorno ai rapporti azienda-dipendente ancorati alla legge 300 (statuto dei lavoratori – 1970) E’ storia di questi giorni. A Padova, nella mia esperienza degli ultimi 20 giorni, il sindacato fa quadrato intorno a un dipendente che, da falegname artigiano è stato assunto 15 anni fa dando ampia dimostrazione, in questo lungo periodo di non adeguatezza e capacità agli incarichi affidarti, per cui, oggi rifiuta lo spostamento dal reparto falegnameria al magazzino nella stessa azienda (150 metri di distanza) Nel frattempo si è dovuto assumere un altro falegname per assicurare il lavoro non svolto. Di fatto l’impresa (130 dipendenti con un ritmo di assunzioni per 1 unità alla settimana, 11 milioni di euro di fatturato, esportato al 70% in super lavoro e successo sui mercati) ha un dipendente, incapace, che “piange”, non sa fare il suo lavoro (o non vuole) eternamente conflittuale, protetto dal sindacato.
Ebbene questi atteggiamenti fanno male alla nazione e spingono alla delocalizzazione da parte delle imprese.
Così facendo il sindacato si perde dietro un personaggio non adeguato agli incarichi ricoperti dimenticando 3milioni di disoccupati.
Le responsabilità vanno assegnate anche agli imprenditori! La mera ricerca di profitto (non si può vivere solo per soldi di fronte alla dignità del lavoro e al suo peso sociale) ha portato alla delocalizzazione, il che tradotto in parole semplici, un furto di posti di lavoro a danno della comunità sociale quando e se i prodotti realizzati all’estero vengono re-importanti nella Nazione. Chi ha permesso questo? Perché non si è proceduto con dazi e tasse a danno degli imprenditori che (anche con ragioni fondate) emigrano in Carinzia, ad esempio, per pagare meno tasse e godere di un civile rapporto con le maestranze?
Identificate le responsabilità (è un esercizio di scarsa soddisfazione) al contrario serve capire cosa si può fare. Emigrare all’estero? Gli imprenditori l’hanno già fatto! I singoli cittadini lo stanno facendo, depauperando la Nazione delle forze migliori.
Il dramma della Grecia non risiede solo nei conti che non quadrano e nel numero dei suicidi. Certamente le menti più fertili della nazione greca sono già emigrate, abbondonando il Paese a decenni di sonnecchiante quiete e povertà. Abbiamo soluzioni?
Non esiste un problema senza almeno una soluzione! Lo afferma l’economista-sociologo Max Weber, agli inizi del Novecento. La soluzione è ristabilire i fondamentali che sono andati perduti dall’inverno caldo del 1969. Sapremo ridiscutere gli ultimi 43 anni individuando quanto è un valore e ciò che invece rappresenta una devianza?
Il rispetto, la dignità, il lavoro e l’azienda erano e sono ancora dei valori che vanno confermati anche se a volte se n’è persa traccia negli ultimi decenni. La contestazione fine a se stessa, di marchio nichilista (dichiarare senza ascoltare) rappresenta un frutto di tempi andati; una sbornia sociale che ha portato povertà.

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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