Attualità del pensiero di Helmuth Plessner


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Helmuth Plessner è stato un filosofo e sociologo tedesco.Con Max Scheler e Arnold Gehlen è considerato tra i fondatori dell’antropologia filosofica.

La definizione della vita come “prestazione limite” (Grenzleistung) è stata l’intuizione felice di Plessner e la chiave di volta del suo pensiero. Nella sua biofilosofia del 1928 egli espone il modo in cui la cellula, grazie alla membrana, diventa un essere vivente all’interno di un ambiente inanimato. Solo la concentrazione della cosa animata sulla sua chiusura, sul “limite” o “confine” (Grenze), la apre in modo caratteristico al tempo stesso verso l’interno e verso l’esterno: contemporaneamente fa apparire in essa l’ambiente nel modo ad essa specifico e fa apparire essa stessa all’interno di un ambiente. Partendo da questa filosofia dell’organico, la fondazione dell’Antropologia Filosofica di Plessner, passando per la pianta e l’animale come “gradi dell’organico” (1928), definisce l’uomo come l’essere vivente che è inserito nei limiti corporei e in un ambiente corrispondente (“posizionato”) e al tempo stesso si trova al di fuori di essi e aperto al mondo (“eccentrico”), e che, inoltre, partendo dal punto “eccentrico” della sua posizione, traccia “artificialmente” dei limiti e deve “incarnarli” o “incorporarli” (verkörpern). Plessner mette alla prova questa tesi negli ambiti più disparati, dalla società alla storia e alla politica, dal linguaggio all’arte, alla musica e all’espressività corporea dell’uomo.

La linea socialfilosofica segue il modo in cui gli uomini risolvono la loro precaria situazione-limite – aperti verso il proprio interno e abbandonati allo sguardo penetrante l’uno dell’altro – riconoscendosi reciprocamente il diritto a portare delle “maschere”; essa inoltre esamina il modo in cui gli uomini, all’interno della sfera pubblica che viene costituita in tal modo e che comprende il “tatto” e la “tattica”, definiscono i “limiti della comunità” (1924). Nella sua “antropologia politica” (“Potere e natura umana”, 1931) Plessner descrive il modo in cui i gruppi umani seguono, in quanto culture, il principio della “restrizione artificiale dell’orizzonte”: nella necessità creativa della relazione di indeterminatezza rispetto a se stessi, rispetto agli altri (nella reciprocità) e rispetto al mondo, essi si arrischiano a porre, istituendola, una zona di familiarità e si riconoscono reciprocamente il dovere del “politico”, dovere che consiste nel sostenere tale costruzione come posizione contro zone estranee. Nell’incontro con la loro propria trasformazione e con altre costituzioni di orizzonti non sfugge ai gruppi umani che le loro rispettive culture in realtà portano a “espressione” – “mediatamente” – l’essenza immediata dell’uomo, ma al tempo stesso, a causa della mediatezza artificiale, necessariamente anche la nascondono. La comprensione del suo strutturale autonascondimento (“homo absconditus”) è comprensione dell’apertura dell’uomo, e con ciò una via all’ammissione anche di altre costituzioni di orizzonti umanamente possibili, senza potere tuttavia abbandonare la propria via particolare.

Plessner segue la problematica del limite dell’uomo tra costruzione e espressione non solo nella dimensione sociale, ma anche nella dimensione oggettuale. La sua “estesiologia dello spirito” (1923) e la sua “antropologia dei sensi” (1970) mostrano le prestazioni preliminari che i sensi, nella loro differenza specifica, producono per l’orientamento cognitivo nel mondo di un essere vivente posizionato eccentricamente. Grazie ai sensi che assicurano la percezione dello stato corporeo, tale essere è posto in contatto con se stesso; grazie alla vista, esso è collocato strutturalmente ad una distanza obiettiva nei confronti del dato naturale; infine, grazie l’udito, esso è sintonizzato strutturalmente in una risonanza vibrante. Posizionato eccentricamente tra corpo e spirito, l’uomo è capace di astrazione intellettuale dalla sensibilità, senza tuttavia poter rinunciare ad essa. Al contrario, egli costringe i vari sensi a prestazioni supplementari (nella geometria matematizzante, nell’arte figurativa, nella musica) e si spinge così negli estremi della distanza e della risonanza. Grazie a questi estremi, l’uomo si vede assegnato il compito della costituzione di una “unità dei sensi” artificiale, dove il linguaggio costituisce una precaria posizione intermedia tra la rappresentazione distanziante e l’espressione.

Infine, la posizionalità eccentrica conduce all’antropologia del soggetto, ovvero della dimensione soggettuale. Nelle espressioni enigmaticamente senza parole dell’esplosiva ilarità e serenità del riso e del pianto vibrante (“Il riso e il pianto”, 1941) Plessner vede modalità di comportamento che si addicono solo a un soggetto vitale che deve trovare un dominio e controllo dotato di senso nei confronti di tutte le possibili situazioni vitali, e deve far questo all’interno di un fragile autorapporto con il proprio corpo. Nelle crisi dello spirito, nelle “situazioni-limite” che non possono trovare una risposta dotata di senso, il corpo, resosi indipendente, assume la funzione di venire a capo dell’esistenza, sostituendosi allo spirito. Il riso e il pianto sono per la costituzione umana almeno tanto istruttivi quanto la facoltà del linguaggio e, rispetto a questa, rappresentano forse un’obiezione ancora più forte contro il dualismo cartesiano, in quanto essi mostrano l’uomo come un’unità fratta, intermittente, ma non divisa in corpo e spirito. Lo stesso vale anche per il “sorriso”, che, pur non rispondendo a situazioni di crisi, mostra questa caratteristica distanza, nell’espressione, rispetto all’espressione stessa.

Gli studi antropologici, estesiologici e di teoria sociale di Plessner rappresentano anche un lavoro sul mito dello “spirito tedesco”, cui è rivolto il suo libro sulla “nazione in ritardo” (1935; nuova edizione 1959). Dal punto di vista di una sociologia della cultura Plessner descrive una struttura specifica dello “spirito borghese” (storicamente contingente e tuttavia decisiva e ricca di conseguenze), inteso come “devozione mondana”. In questo contesto, la preferenza protestante per la dimensione dell’“interiorità” rispetto all’esteriorità del politico, nella sua forma secolarizzata, risveglia le più alte aspettative nei confronti delle risorse interiori della filosofia e della sua capacità di operare il “superamento” delle contraddizioni nel medium dello spirito, e dunque di promuovere il meglio nell’uomo. Poiché questo spirito borghese dell’Idealismo non fornisce una giusta misura da impiegare nelle questioni pubbliche, in tempi di grandi sconvolgimenti pratici esso non può sottrarsi alla pressione delle soluzioni finali.

Anche per questo motivo il lavoro filosofico di Plessner, sin dal primo confronto con la filosofia critica kantiana (“Crisi della verità trascendentale nel principio”, 1918), si rivolge a un “concetto di filosofia” in cui l’ultimo punto di rassicurazione filosofica non è rappresentato dalla ragione pura del sapere assodato, né dall primato dell’atto, bensì dalla “facoltà del giudizio filosofico” (1920). Questa facoltà, in quanto atto di bilanciamento sul “limite” tra dentro e fuori, corrisponde alla precaria “dignità umana” e, in quanto istanza culturale, si esercita in una forma effettivamente realizzata di scepsi.

Fonte: http://www.helmuth-plessner.de/seiten/seite.php?layout=bildhome&inhalt=ital

  1. #1 di marialistur il 23 agosto 2013 - 09:40

    Se me lo permetti, pubblico il tuo articolo su relazion@rte.
    Grazie e buona giornata!

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