Venti di guerra nonostante la crisi economica sia ancora selvaggia


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By Giovanni Carlini

L’attuale presidente degli Stati Uniti, criticò fortemente la precedente amministrazione Bush nella sua scelta d’entrare in guerra contro l’Iraq e Afghanistan. I tempi cambiano ma la sostanza resta. Oggi Obama si trova nella stessa situazione, senza le urgenze e drammi che portarono allora a una guerra effettiva ma non formalmente dichiarata, contro il fondamentalismo islamico, che aveva posto le sue basi operative e minacce dove ancora oggi si combatte. Nella scelta se intervenire o no in Siria, l’attuale amministrazione si trova a gestire un generalizzato disinteresse e ostilità da parte di metà degli americani.
Per poter capire cosa stia accadendo, la complessità dell’evento impone il confronto con diversi punti di vista. Un colonnello dell’Esercito Americano dichiara: “…se il Presidente ordina, noi partiamo, ma quello che sfugge è il perché e quali siano gli obiettivi. Il Presidente ha il mandato per impiegare la forza armata, se gli interessi e il perimetro di sicurezza del Paese, siano stati attaccati previa successiva autorizzazione del Congresso, entro 60 giorni, anche se va notato come l’ultima dichiarazione di guerra degli Stati Uniti, sia stata votata in seguito all’attacco giapponese del 7 dicembre 1941 ”. Questi concetti sono contenuti nel War powers resolutions.
La Dott.ssa Decker, farmacista di professione da 40 anni dichiara: “…non concordo, restiamone fuori da uno scontro armato con la Siria, perché non abbiamo alcuna motivazione a intervenire a meno che non ci sia un coinvolgimento internazionale e diventi un mandato dell’ONU”. Questo il pensiero comune; decisamente contrario all’intervento. Spingendosi su altri livelli, in ambito accademico, considerando il pensiero “di sinistra” a Berkeley e quello più centrista di Stanford, entrambi atenei della California, intorno a San Francisco, spunta una teoria: il modello keynesiano. Potrebbe essere che il Presidente, al suo secondo mandato e quindi non più rieleggibile, stia cercando un importante sbocco economico per l’industria americana nel ricostruire la Siria, una volta occupata militarmente. In pratica quello che non è accaduto in Iraq, Afghanistan e in Libia.
Il concetto è semplice: ricostruire le strutture indispensabili a una vita dignitosa, impegnerebbe l’economia americana in un complesso processo edile, industriale e di trasporto, tale da trainarla definitivamente fuori dalla crisi. In effetti il ragionamento è corretto, ma va considerato come non sia stato possibile realizzarlo in nessuna delle recenti campagne militari statunitensi e che, se proprio fosse questo l’obiettivo, ci sarebbe tutto il Libano, nel quale impegnarsi, dov’è anche presente un’importante comunità cristiana in grado di fare la differenza con i cocenti insuccessi subiti nel mondo islamico dal prestigio americano. Una considerazione di questo tipo è strategica, perché dimostra quanto le differenze culturali abbiamo un peso determinante in una globalizzazione che va voluto dimenticarle, tranne poi subirne le conseguenze. Si apre così uno scenario nuovo: abbiamo forse ecceduto nella globalizzazione non considerando le differenze culturali? Si scopre che affrontando un tema se ne trovano molti altri aperti ancora più complessi.
Tornando al motivo di questa corrispondenza: gli Stati Uniti attaccheranno la Siria? Altri punti di vista parlando di una ricerca di fama per la storia da parte del Presidente, che al suo ultimo mandato voglia lasciare nella memoria “una sua guerra”. Pare più un cattivo pensiero che un’analisi politica di quanto stia per avvenire, ma certamente non ci sono le prospettive macroeconomiche, ideali, ideologiche e strategiche sufficienti per giustificare un attacco.
Saprà il presidente evadere dalle necessità d’immagine per lasciare un’impronta storica alla sua presidenza e perseguire le reali necessità della Nazione, che non è in grado di sostenere un nuovo conflitto armato, per quanto ad alto livello tecnologico, con basso rischio per le persone, ma a costi enormi? Al momento in cui queste righe vengono chiuse, martedi notte 3 settembre, ore 01.00, tempo del fuso di Roma, pare che il Presidente voglia rimettere la responsabilità del conflitto al Congresso, avendo, in ogni caso, svolto la “funzione storica”.
Il prossimo anno verrà eletto un nuovo Congresso (elezioni di mezzo termine) ma è presto oggi per conoscere le tendenze elettorali in atto, che comunque saranno influenzate dalle decisioni, che verranno assunte nei prossimi mesi su questo tema, oltre al contestatissimo progetto di legge sulla limitazione nell’uso delle armi da parte dei civili. Attualmente non si riesce a porre sul bancone di vendita delle munizioni che vengono acquistate immediatamente e le fabbriche d’armi hanno ordinativi in essere (anche per acquisti on line) per i prossimi 6 mesi. Emerge, da questi piccoli particolari come la Presidenza non goda più quel vasto interesse da parte della Nazione, che ebbe soprattutto nel primo mandato, il che ipotizza un rischio di stallo. Potremmo essere giunti alla conclusione: t’avevamo tanto amato.

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

  1. #1 di maria carmen cortesi il 8 ottobre 2013 - 13:35

    bellissimi spunti su cui pensare e riflettere attentamente…! grazie!

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  2. #2 di mariarosa il 7 ottobre 2013 - 11:17

    il dono della sintesi e della chiarezza, grazie per questi spunti

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