Quando l’eccesso è troppo?


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di Giovanni Carlini

A cena, mentre cerco d’ascoltare il telegiornale, sento anche le profonde riflessioni di mio figlio (17 anni) che, discutendo con la sorella, dichiara (orgoglioso) d’aver ricevuto un certo numero di “mi piace” su una foto che ha messo su Facebook.
Mi giro verso di loro e li guardo come farei con un disco volante che sta atterrando in Piazza del Duomo, a Milano, in ora di punta.
È più che chiaro che qualcosa non quadra in entrambi i sensi.
Zygmunt Bauman, un autorevole sociologo, tuttora vivente, nel suo libro, Voglia di comunità, offre un interessante paragone qui adattato: «…al pari di un salmone che deve produrre miriadi di uova per sperare che solo qualcuna si schiuda, un fotografo ha bisogno di scattare molto foto per ottenerne qualcuna accettabile. Oggi, per sopravvivere adottiamo tutti la stessa strategia. L’eccesso diventa una regola di raziocinio. L’eccesso non appare più eccessivo, così come lo spreco non appare più una pratica scialacquatrice. In una vita fatta di sperimentazioni, vissuta in tanti episodi, l’eccesso e lo spreco non sono affatto futili, al contrario sono le condizioni indispensabili per una razionale ricerca degli obiettivi. Quando l’eccesso diventa eccessivo?»
A questo punto è possibile una prima sintesi tra la diretta attinenza con l’eccesso portato a metodo di vita e la carenza di una comunità di riferimento, il che spiega il bisogno dei “mi piace” per i miei figli. Il riferimento è al concetto di “eccesso” perché, come spiegherà fra poco Ulrich Beck, sentendoci soli in un mondo problematico, abbiamo bisogno di strafare, non solo, ma in una società che non produce ma consuma, il superfluo è necessario. A questa fame di consumo (esagerata) si aggiunge la mancanza di una comunità di contenuti.
Le attuali “comunità” possono generalmente essere definite “estetiche” ovvero superficiali, lasciando i grandi temi scoperti. Ovviamente così non sono quelle religiose, tra amici intimi e veri (mai a sufficienza) ma restano poche e rare!
Spiegandosi meglio e discutendo con degli adulti, è necessario, per noi tutti, superare quella fase, non solo adolescenziale, dove la trasgressione (lo strafare) rappresenta una forma d’emancipazione. Molti vivono speculando, osando, si sentono più furbi, pensano di potersela sempre cavare, percepiscono la vita in una successione d’avventure. Chi vive in forme così spavalde (spesso gestendo un’impresa) senza necessariamente apparire esternamente con auto e vestiti, non si riconosce in una comunità, ma è un “battitore libero” dipendendo dai “mi piace” ovvero dal consumo e da un senso d’apparire estetico per se stesso e verso gli altri (quindi strutturalmente fragile). Come si fa per vivere più forti?
La risposta è semplice: necessita interfacciarsi con una comunità di riferimento. Il punto è trovarla questa comunità, ma anche a ciò ci sarebbe una risposta: l’azienda. La comunità di riferimento, in un’impresa è costituita dal fattore umano.
Per valorizzare la propria gente in un’impresa, serve però una politica del personale e qui si scopre un punto strutturalmente debole delle piccole e medie imprese italiane. Trattandosi tutte di realtà padronali, non ci sono manager e tanto meno specialisti del personale, che non siano per le buste paga. Quindi il personale è amministrato secondo i criteri del “buon padre di famiglia” (quando va bene) che non sono certamente quelli adatti da trent’anni a questa parte.
Ci troviamo, quindi, in linea di massima, con delle belle aziende, che potrebbero anche essere delle comunità di riferimento, ma ciò non avviene, non mettendo a frutto il capitale umano che già contengono.
Serve una precisazione: le persone (i dipendenti e gli operai) non hanno un costo, non gravano come “costi del personale” sul fatturato, ma offrono produttività, quindi la vera domanda da porsi sul fattore umano aziendale è quanto rende non quanto costa!
Quando il dipendente/operaio cessa d’essere un costo per diventare un investimento, si è maturi per iniziare a far parte di una comunità e per costituirla. Questa realtà normalizza le persone, offrendo dei punti di riferimento stabili (a volte noiosi ma necessari) si passa da una società liquida a quella solida (si veda precedente articolo su Bauman già pubblicato).
Concludendo, come afferma Ulrich Beck, tutti noi, in Occidente, stiamo cercando soluzioni personali a contraddizioni sistemiche, ovvero cerchiamo la salvezza individuale da problemi comuni (La società del rischio) ma non abbiamo ancora capito che un paese globalizzato, strutturalmente non riesce a mantenere in attività tutti i suoi figli (in Italia la disoccupazione giovanile è in grado di porre in discussione la forma di governo, se non fosse per le famiglie che stanno attutendo le conseguenze sociali). Entrando nel campo delle soluzioni, quell’azienda che si presta ad assumere i figli degli attuali dipendenti non ha già un futuro? Al di là delle battute, serve che l’impresa non sia solo un luogo di lavoro ma, appunto con IL LAVORO il centro sinergico di una comunità che fuori non esiste e che nell’attività organizzata va valorizzata con quegli strumenti che scarseggiano. Senza comunità restiamo tutti più soli.

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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