I discoli d’Europa erano e restano i russi


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Di Giovanni Carlini

La lettura della storia russa, dalla dinastia dei Romanov all’ultimo Zar che occupa il Cremlino in questi giorni, ha una costante: il complesso d’inferiorità. La Russia come l’ex Unione Sovietica, ha sempre scontato un problema di fondo negli ultimi 150 anni: le dimensioni geografiche, potenzialità e ambizioni, non hanno avuto un corrispettivo nella realtà.Si tratta di un destino crudele che ha certamente le sue motivazioni. Mentre nel 1868 in Giappone la dinastia Meiji avviò la modernizzazione del paese seguendo criteri europei e statunitensi, quest’operazione non è mai avvenuta in Russia, che ha certamente acquistato all’estero cannoni e tecnologia, inviando i migliori figli a studiare a Parigi, ma senza modificare gli assetti strutturali del paese.
La Rivoluzione d’ottobre del 1917 ha poi realizzato il grande salto dall’agricoltura all’industria pesante, più per controllare le masse che per elevarle dalla posizione di contadino a operaio.
In queste condizioni l’agricoltura è stata sia collettivizzata che trascurata e l’industria non è stata diffusa nel paese quale fonte di lavoro e ricchezza. Il terziario non è mai esistito se non nell’ultimo decennio. A conti fatti mancano le strutture su cui costruire una Nazione.
Andando più a fondo nel profondo est d’Europa, oltre all’intelaiatura economica per sviluppare una società moderna, manca propria la mentalità. L’assenza d’infrastrutture e mentalità, genera corruzione e lassismo.
In questo quadro, la Russia d’oggi, come quella di ieri, nutre comunque un bisogno di rivalsa che non trova scenari dove rappresentarsi. Sostanzialmente Putin è stato eletto e più volte confermato, sventolando uno slogan: ripristiniamo l’onore della Santa Madre Russia. Questa è la Russia.
La pagliacciata del referendum in Crimea del 16 marzo ha un esito scontato, essendo la popolazione in maggioranza russofona. Tutto sommato, aprendo il vaso di pandora delle nazionalità, non si hanno particolari dubbi, applicando il ragionamento anche al nostro Paese, dove il Friuli si sente idealmente più vicino all’Austria che al governo nazionale di Roma, quindi la Lombardia alla Svizzera, come il sud Tirolo al nord e la Val d’Aosta alla Francia, per non parlare di Corsica, Sardegna e Sicilia. Cosa c’entra questo?
Il tallone d’Achille di ogni stato moderno sono sempre le diverse nazionalità incapsulate nello Stato Nazionale centralizzato. Più una nazione è giovane e maggiori saranno queste forze centrifughe. Sfruttando la debolezza strutturale di uno Stato, in particolare se recente, la Russia punta a riprendersi la Crimea, non tanto per la sua base navale o per competere con la Turchia nel Mar Nero, quanto per dimostrare di poter ancora decidere. Nel caso questo sacrificio territoriale dovesse evitare ulteriori annessioni di fatto, applicate su altri territori ucraini, potrebbe rappresentare un vantaggio per la stabilità dell’area, senza cadere nella sindrome di Monaco del 1938. In quella sede ci si illuse che dando un contentino al Capo della Cancelleria tedesca d’allora, Adolf Hitler, la pace sul continente europeo sarebbe stata assicurata, smembrando la Cecoslovacchia, che non era affatto a maggioranza tedesca, per cui rappresentò una deliberata scelta di sacrificio applicata su un popolo. La Crimea è diversa; su questa penisola di ucraino c’è solo l’onore.
Concludendo: viviamo meglio o peggio? La sostanza non è cambiata. I discoli d’Europa erano e restano i russi, ci si illudeva che fossero maturati dai fatti d’Ungheria del 1956, della Cecoslovacchia del 1968, dell’Afghanistan del 1979 mentre le costanti storiche permangono. In pratica nulla di nuovo sul fronte orientale.

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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