Potrebbe accadere anche a me?


imagedi Giovanni Carlini

I recenti fatti di cronaca, oltre al calcio, schiaffeggiano e offendono la sensibilità delle famiglie e delle persone: come si fa a uccidere a coltellate i figli e la moglie, inseguendo un’infatuazione non corrisposta? Come se non bastasse c’è anche chi ammazza le ragazzine pur essendo padre, figlio, marito, imprenditore (se considerato effettivamente colpevole).
Questo contributo è completamente estraneo al filo conduttore solitamente discusso in questa rubrica, ma ciò attesta come siamo vicini ai sentimenti dei nostri lettori. Non potevamo non offrire spunti di riflessione soprattutto quando richiesti.
Le domande pervenute in Redazione sono sostanzialmente le stesse: può capitare anche a me quello che è accaduto? Momenti d’ira, sconforto, depressione possono portarmi a fare una strage?
La risposta vuole essere molto secca e diretta (quindi confortante) è NO!
Quello che è accaduto, in entrambi i casi, non risponde a un raptus di follia, ma è l’epilogo di una lunga degenerazione.
Questo processo è iniziato nella ricerca ossessiva dell’estetica per sentirsi “bello”, non più per gli altri, ma per se stessi. Si tratta di un capovolgimento della logica estetica. Essere belli per se stessi è sano, ma porta a chiudersi in forme maniacali d’incomunicabilità affettiva. A questo stadio segue la superficialità nell’assenza di contenuti (non si legge più se non forse le sole sintesi dei titoli d’inizio degli articoli sui giornali). Si confonde sogno con realtà, rifuggendo dagli impegni dell’amore e dalla sua disciplina, inseguendo una finta vita le cui puntate corrispondono ai film o a grandi eventi mediatici vissuti con passione: quella stessa distratta dalla vita reale e i suoi impegni.
Sul lavoro si è maniacali e precisi, in una finta facciata d’efficienza che resta solo immagine.
In realtà, con percentuali diverse, tutti siamo parte di quanto appena elencato che appartiene al comportamento umano. La miscela diventa però esplosiva nella presenza simultanea di tutti gli aspetti al loro massimo possibile, condizione essenziale per una strutturale povertà di contenuti: qui scatta l’innesto.
L’estetica rappresenta un passo della nostra civiltà ed è anche una forma comunicativa verso gli altri, ma se degrada a esibizionismo e poi ancora peggio, resta privato soddisfacimento individuale, si forma il primo tassello di quel percorso che sgancia la realtà dal sogno vivendo in un mondo astratto.
Tempo fa, in questo rubrica fu scritto: quando il fallimento ce l’hai cucito sulla pelle. Anche in quel caso si descrisse la crisi dell’azienda come di un evento conclusivo di una degenerazione in atto da tempo. Oggi, parlando di follia omicida in ambito familiare, confermando lo stesso concetto: si tratta di una degenerazione progressiva e costante dello stadio umano.
L’antidoto si chiama moderazione, equilibrio, buon senso, cultura, sensibilità, amore sia emotivo che fisico, passione per la vita, pazienza, dedizione, tutti aspetti che nascono dalla famiglia d’origine e sono coltivati nella coppia.
Per quanto antipatico possa essere, sorge qui una domanda terribile: dov’era la moglie che poi è la vittima di un meccanismo perverso che ha visto nascere ma non ha saputo gestire, portando inconsapevolmente a morte i figli? Ecco il peccato capitale della società moderna: non abbiamo capito che l’amore è anche vigilanza, azione, consiglio, educazione, militanza, esserci!
L’amore è creare attesa e soddisfarla, educando il partner all’indispensabilità del sentimento per addolcire quel grido di dolore derivante dalla solitudine di gente che vive insieme. Forse questi aspetti saranno stati percepiti dall’altra donna che ha respinto l’omicida, accecandolo dalla rabbia che ha così scatenato sugli unici valori che aveva: la famiglia che è stata sterminata.
Possiamo anche noi essere come lui?
SI, se dovessimo ricomporre tutti gli elementi di questa miscela introitandoli dentro la nostra sensibilità per lungo tempo.
Una formula così composta ormai è materia di studio per i manuali di criminologia, sociologia della devianza, psicologiaclinica e sociale, passando dall’umano alle aule giudiziarie e di studio.
Concludendo, se anche avessimo gli elementi di rabbia, gelosia e sofferenza (che hanno tutti) non significa affatto condurli a un livello di massima potenzialità, perché o direttamente noi o chi ci è vicino, intimamente sa fermare un percorso degenerativo con amore e sagacia, pazienza e dolcezza.
Ecco perché noi siamo diversi da quanto accaduto: sappiamo fare squadra nell’amore e nel lavoro. Da soli ci potremmo incagliare in quello che oggi stiamo osservando con orrore. La solitudine, vissuta in mezzo agli altri, è certamente il detonatore di un’epoca più difficile rispetto al passato, dove siamo ricchi di cose checonsumiamo ma poveri di quelle che restano.
La diversità la stabiliamo nella misura in cui sappiamo amare.

La mia firma:
un sociologo economista.
Per leggere gli appunti consulta il http://www.giovannicarlini.com
La presentazione: http://youtu.be/VFMuK1ijjiI

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